ricercatore all’Ospedale “San Raffaele” di Milano

"Ecco come l’epatite B attacca l’organismo": medico salernitano tra gli autori della scoperta

Comunicato Stampa
21 maggio 2015 13:04

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C’è anche un giovane collega dell’Ordine dei Medici Veterinari della Provincia di Salerno nel team di ricercatori di diversi Paesi, coordinato dal Prof. Luca Guidotti, vice direttore scientifico dell’Ospedale “San Raffele” di Milano, e dal Prof. Matteo Ianaccone, responsabile dell’unità di dinamica delle risposte immunitarie, che hanno osservato in diretta, per la prima volta, lo sviluppo dell’epatite B ed i suoi attacchi al sistema immunitario. Si tratta del dott. Donato Inverso, medico veterinario e ricercatore presso l’Ospedale “San Raffaele” di Milano, che ha partecipato attivamente allo sviluppo della microscopia intravitale multi-fotone. Ma cos’è la microscopia intravitale multi-fotone? È una tecnica d’avanguardia, inizialmente utilizzata in fisica e trasferita in seguito anche alla biologia, che permette di osservare in diretta i processi all’interno di una cellula senza interferire con essi. Una serie di immagini statiche, per quanto numerose, di processi in continuo e rapido divenire sarebbe poco informativa delle esatte interazioni in atto. Poter vedere in diretta cosa sta accedendo è - secondo gli autori - un ‘cambio di paradigma molto rilevante per la ricerca biomedica’. “Tale studio, appena pubblicato sulla rivista Cell, ha svelato nuove dinamiche con cui le cellule del sistema immunitario riconoscono ed eliminano le cellule del fegato infettate dal virus dell’epatite B - ha affermato il dott. Inverso - lo studio è stato possibile grazie a finanziamenti dell’European Research Council, della Giovanni Armenise Harvard Foundation, del National Institute of Health americano e dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro”. I ricercatori, tra cui appunto il dott. Donato Inverso, hanno scoperto che a reclutare i linfociti di passaggio verso la sede dell’infezione non sono, come si pensava, piccole molecole proteiche (selettine, intergrine o chemochine), ma le piastrine che agiscono aggregandosi in una sorta di tappeto e bloccando letteralmente i globuli bianchi. “Questi iniziano quindi a circolare lentamente dentro i capillari, anche in senso contrario al flusso sanguigno. E, mentre scorrono, i linfociti seguitano ad infilare sottili tentacoli (di un diametro 10,000 volte più piccolo di un millimetro) attraverso piccole fenestrature poste nella parete dei capillari, perlustrando così l’ambiente sottostante”, ha spiegato il coordinatore dello studio, Matteo Iannacone. Una scoperta dalla rilevanza mondiale, dunque, dato che l’evidenziazione di tale meccanismo consente di spiegare anche la maggior propensione a sviluppare tumore nei pazienti con cirrosi epatica. Infatti, nei capillari del fegato con cirrosi numero e diametro delle normali fenestrature dei capillari sono ridotte, così come lo è la loro permeabilità. Ciò ostacola l’azione dei linfociti citotossici che non riescono più a infilare i loro tentacoli nelle fenestrature e limita fortemente la loro capacità di identificare e distruggere le cellule malate al di là della parete dei capillari. Quando le cellule malate in questione sono cellule del fegato che stanno acquisendo proprietà tumorali, il mancato riconoscimento da parte dei linfociti citotossici permette a queste cellule non solo di crescere indisturbate, ma anche di acquisire caratteristiche sempre più aggressive. “Una grande soddisfazione per il nostro Ordine sapere che tra i protagonisti di una simile scoperta vi sia anche un nostro giovane collega ricercatore - commenta il presidente Orlando Paciello - questa sua attività ha portato in alto la nostra categoria ed il nome della veterinaria salernitana”.

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