L’EDITORIALE

Capaccio, ‘Il Novecento’: l’eredità dei Paolino come punto di ripartenza

CAPACCIO PAESTUM. Vorrei, da semplice amante e osservatore coscienzioso del mio paese, che il presente e il passato di un luogo, un territorio, un comune come Capaccio Paestum, costituissero, perpetuamente, due immagini complementari, sì da offrire un gioco di specchi in cui ciascuna delle due parti esistesse in una relazione di reciprocità. Vorrei, in altre parole, che l’attualità venisse a evolversi, come per magia, in conseguenza diretta della storia moderna che l’ha preceduta. Questo, ho desiderato, subito dopo aver letto “Il Novecento”, di Paolo e Gaetano Paolino, due figli virtuosi della nostra terra.

Considero questa preziosa lettura come un testo di una verità ineluttabile e inconfutabile, dove, documenti alla mano, si dimostra come la realtà cronologica del nostro comune offra radici e modelli perseguibili, da cui, chissà per quale triste motivo, ci siamo ideologicamente allontanati, preferendo, come popolazione, spostarci, sciaguratamente, verso posizioni che non sono proprie alla nostra tradizione storica e culturale.

Attraverso e bene al di là della nobile saga familiare dei Paolino, gli autori delle pregevoli pagine appena lette pongono all’attenzione dei contemporanei la reale identità di un popolo onesto, dignitoso, coraggioso e intelligente abbastanza per discernere con giudizio di causa, scegliere di sentirsi libero e agire in piena consapevolezza dei propri diritti. Gaetano e Salvatore Paolino stanno alla storia politica di Capaccio Paestum come il Monte Calpazio sta al Soprano. E, come la grande roccia del Santuario resta attaccata alla montagna madre, così quegli uomini risultano parte significativamente integrante di una storia gloriosa conosciuta oltre i confini locali. 

Il libro, scritto con amore e competenze specifiche di grande rilievo, rivela, tra passaggi emozionali, foto di archivio e atti notarili di inoppugnabile testimonianza storica, un sentimento peculiare quanto raro per la politica, intesa come corretta possibilità di acquisire conoscenze, esprimere la propria personalità in funzione degli altri, conquistare ciò che viene negato dall’arroganza di un potere corrotto e inadeguato. In quelle pagine viene riportato un atteggiamento popolare di avanguardia di notevole valenza politica e sociologica, che è appartenuto a chi ha vissuto prima di noi, ma non per questo da non considerarsi anche nostro e, quindi, riconoscibile come segno di appartenenza e distintivo di una coscienza storica che, oggi, siamo tenuti a onorare. 

Noi, pestano-capaccesi, abbiamo in dote tradizioni e idee di una tale portata che si ereditano e si depositano in una forma organica. Possiamo vedere, ascoltare e finanche toccare ciò che concorre alla nostra formazione di uomini e donne, fosse una pianta, una pietra, o un libro. L’identità, in questo senso, è formata e si elabora su qualcosa di dinamico, avuto in eredità dai nostri padri, che ci possiede più di qualsiasi verità posticcia della politica moderna. E, qui, la sequenza di due celebri versi di Goethe, tratti dal “Faust”, vengono puntuali:

“Ciò che hai ereditato dai padri conquistalo per possederlo”

L’eredità culturale, come quella, appunto, presente nei contenuti dell’opera letteraria di Paolo e Gaetano è, quindi, un invito all’azione. Perché quella verità storica appartenga anche a noi, occorre che ce ne facciamo direttamente padroni. Per ottenerla dobbiamo impegnarci in una lotta che ci dia lo stesso diritto di possesso che abbiamo su di una cosa prodotta personalmente da noi.

L’impulso goethiano, esibito come esigenza morale da quel “conquistalo”, invita al movimento, all’azione, all’attività. E, ciò presuppone uno sforzo, forse non facile, ma, certamente liberatorio e salutare, se non risolutivo. Pertanto, un’eredità popolare, piena di istanze politiche, sociali e culturali, come quella costruita da Gaetano e Salvatore Paolino, per essere un patrimonio veramente acquisito dalle nuove generazioni deve entrare nelle loro coscienze analitiche, rinascendo a nuova vita. Ben venga, allora, un libro come “Il Novecento”, affinché si possa considerare l’importante e formativo passato che vi viene raccontato come fonte di ispirazione per un presente statico e improduttivo, dove le varie forme di egocentrismo sfrenato e visione personalistica della politica prendono il posto delle analisi accorte e adeguate, dove le servette settecentesche, nelle vesti di mediocri professionisti, fungono da mediatori tra il potere costituito e i parteners d’affari, dove il potere viene delegato con sbalorditiva superficialità da parte della maggioranza dell’elettorato. Ne “Il Novecento”, dei fratelli Paolino, vi è, semplicemente, un magnifico percorso di avvicinamento alla corrispondenza storica dei nostri luoghi. Un viaggio, che conduce dritto al cuore della più autentica coscienza pestano-capaccese.

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