DI OSCAR NICODEMO

Il ricordo - L'ultima eterna stazione di Sergio Vecchio

Oscar Nicodemo
12 febbraio 2018 08:20

2423

7

152

Pochi artisti al mondo vivono e sperimentano la propria evoluzione restando in rapporto simbiotico con la terra di origine, così come è capitato a Sergio Vecchio, il pittore di Paestum per antonomasia. Sergio, nel tempo, è stato interprete di un luogo tanto realistico e spirituale quanto fantasmagorico, per poi diventarne, con l’impegno della ricerca e della cura dei documenti, una memoria storica tra le più significative. Le sue tele hanno il tratto distintivo del sogno, a ricordare il luogo mentale, prima ancora del sito archeologico calpestabile. Visione onirica e razionalità concettuale si mischiano in cromature e figure che rimandano al mito, al logos, alla suggestione dell’ascolto tramite immagini peculiari e sfumature che reinterpretano, in chiave moderna, una pittura primitiva e universale, che sa di ricordi infantili, spensieratezze adolescenziali, tormenti maturi, speranze sofferte.
Con Vecchio, viene a mancare una sensibilità delicata e profondissima al servizio della cultura locale e dell’arte italiana. Le cause legate alle vicissitudini del territorio avrebbero avuto ancora tanto bisogno delle sue competenze, delle sue idee, del suo amore per una terra troppe volte tradita e umiliata nella sua autentica vocazione, quella di produrre bellezza intorno a un patrimonio paesaggistico che chiede a gran voce armonia, rispetto, conoscenza. Era discreto, Sergio, e non faceva mai pesare a nessuno la sua naturale diponibilità. Il suo amor proprio veniva a coincidere con un senso di giustezza e altruismo che avevano la sensazionalità dei grandi, lasciando cogliere un’umiltà che appartiene alle anime nobili.
Gli piaceva sentirsi un artigiano, assorto nel suo atelier pestano e immerso nella sua laboriosa e attenta attività, al riparo dalle brutture di sorta, dai progetti disattesi, dallo sguardo superficiale di chi sta al mondo senza accorgersi degli altri. Oggi, mi rammarico per non essere andato a trovarlo una volta di più, nel suo studio dal forte richiamo intimistico, colmo di tele lavorate e da lavorare, carte disegnate e papiri pregni di colori caldi. Lui, che era così prodigo di consigli, mi invitava con una modestia e una mitezza che rivelavano la sua natura magnanima, la sua educazione di altri tempi, il suo magnifico spessore umano.
Era, soprattutto, di cultura laica, Sergio, un uomo che sapeva in ogni istante dare valutazioni sobrie e adeguate rispetto all’oggetto da contemplare. Un uomo che amava la verità essenziale, in ogni sua sfaccettatura. E, immagino sarebbe inorridito, sia pure nella sua compostezza, se lo si avesse voluto descrivere nella cornice di una “santità” cha avrebbe rifiutato per disposizione congenita. Mi dico convinto che avrebbe voluto essere ricordato come un uomo che ha fatto un uso discreto della sua intelligenza, intesa nella moralità che questa prerogativa comporta. Niente, più di questo. Ma, Sergio era di più. Molto di più. Al di là della bravura d’artista e gentilezza d’animo, era una persona intellettualmente onesta, che sapeva riconoscere il talento altrui e curava il proprio con la dedizione di chi era cosciente della forza pura dell’arte. Una consapevolezza, questa, che appartiene solo a chi si dispone verso se stesso con l’intento di migliorarsi in un percorso umano e professionale, facendo leva sul sapere, sull’esercizio, sulla disciplina del lavoro e dell’autodeterminazione.
Sergio mancherà come il pane, in una società come la nostra, dove si parla a voce alta, si agisce per tornaconti personali, si discute senza concezione di causa anche sui temi più specifici, dove occorrerebbe una preparazione di base non indifferente. Sì, Sergio disprezzava silenziosamente l’approssimazione, le mediocrità rampanti, la volgarità degli arrivisti. Sergio mancherà ai suoi cari e a quanti lo hanno conosciuto e frequentato. Sergio mancherà a Capaccio Paestum, perché era uno dei suoi figli prediletti. E, a stabilire il suo legame elitario con la terra di provenienza, sono gli alberi e le pietre, il mare e le montagne, i binari della “sua” Stazione e la Sala Buffet, l’arco di Porta Sirena, il Lido Cinzia e delle Sirene e tutto quanto fosse Paestum, nella sua testa, nel suo cuore, nel suo pennello.
Sergio, lascia un’eredità ideale e morale per tutti quanti noi, suoi concittadini e non. Restano la sua arte, il suo archivio, i suoi libri, un patrimonio culturale di grande valore, a rappresentarne per sempre il talento disteso e fermo, l’identità finemente sobria, presente e attiva.

commenti