STRAGE DI CAMORRA

Capaccio: Cassazione conferma ergastolo al killer di Enzo Marandino e Sabia

Redazione
04 settembre 2021 09:01

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CAPACCIO PAESTUM. Trascorrerà il resto dei suoi giorni in carcere Umberto Adinolfi (nella foto), il killer che il 30 luglio del 1986, a Capaccio Paestum, insieme ad un complice uccise Antonio Sabia e Vincenzo Marandino, figlio del noto boss Giovanni Marandino, oggi ultraottantenne ed all’epoca dei fatti cassiere della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Condannato all’ergastolo in primo grado il 20 settembre del 2017, dopo varie fasi processuali durate 31 anni, la conferma del ‘fine pena mai’ arrivò anche dalla Corte di Assise d’Appello di Salerno il 18 novembre 2019. Non è servito ad evitare il carcere a vita nemmeno il ricorso in Cassazione, con sentenza del 17 febbraio 2021, le cui motivazioni sono state pubblicate solo ieri. Gli ermellini, infatti, hanno ritenuto infondate tutte le eccezioni sollevate dai legali difensori di Adinolfi, detto ‘a scamarda, esponente di spicco della malavita nell’Agro Nocerino-Sarnese. Una sentenza che, dopo 35 anni, chiude definitivamente il sipario sull'efferato duplice assassinio di camorra.

Nel 2009, la doppia condanna all’ergastolo fu annullata dai giudici della Suprema Corte per mero difetto di procedibilità, in quanto l’imputato, arrestato nel 2005 in Spagna dove era fuggito, non era stato ancora estradato. Gli atti furono così rimessi al pm ed il processo cominciò daccapo, conclusosi dunque con la medesima sentenza del primo procedimento, anche a seguito della confessione resa da Adinolfi a 31 anni dal duplice omicidio, ammettendo il delitto spiegando come vennero trucidati Enzo Marandino e il suo autista Sabia, che all’epoca avevano rispettivamente 29 e 26 anni.

Gli avvocati del killer avevano chiesto, per questo, la concessione di attenuanti generiche vista la successiva collaborazione con la magistratura, negate però dalla Cassazione in quanto “la confessione è avvenuta molti anni dopo, solo in sede di udienza preliminare ovvero quando il quadro probatorio, ormai, era ben definito a suo carico”.

LA CONFESSIONE: ECCO COME AVVENNE IL DUPLICE OMICIDIO - Adinolfi spiegò che, quell’estate di 31 anni fa, si trovava a Capaccio Paestum in visita da uno zio, quando ricevette l’improvvisa visita di Raffaele Mercurio, conosciuto anni addietro in Perù, che però non lo mise a conoscenza del suo piano omicida. Erano in auto entrambi a bordo di un’Autobianchi 112 quando, giunti a Ponte Barizzo per una commissione, Mercurio con l’ausilio di un binocolo individuò Sabia, il quale, essendo l’autista di Marandino, lo accompagnava ovunque. 

Fu in quel momento che decise che era giunta l’ora di vendicarsi per alcuni torti subiti dal figlio del boss nel carcere di Poggioreale. Improvvisamente, scese così dall’auto e sparò contro i due, fino a quando l’arma non s’inceppò: fu allora che esortò Adinolfi a scendere ed a terminare il massacro. Per Marandino non ci fu scampo e morì sul colpo, mentre Sabia riuscì per un attimo a fuggire nei campi, ma fu raggiunto e ucciso ancora da Mercurio, che aveva recuperato una seconda pistola, nascosta in auto, per finirlo.

Dopo il duplice omicidio si diede alla latitanza, ma fu scovato ed arrestato in Spagna nel 2005. Dopo l’estradizione, si ritrovò alla sbarra più volte per difendersi delle accuse di essere un killer dei Cutoliani, venendo condannato già all’ergastolo per l’omicidio di un imprenditore, Giuseppe Vaccaro.

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