L'opinione - Cambiare il nome di Capaccio? Note a margine...

Il mio intervento sulla proposta del Sindaco Italo Voza di cambiare il nome di Capaccio Scalo, ha sollevato su StileTV una serie inaspettata di interventi, molti di dissenso, pochi di consenso. Grato a entrambi. Non me ne vogliano i secondi se dico subito che sono stato più attento ai primi, se non altro perché mi danno l’opportunità di qualche chiarimento, con linguaggio forse più banale e meno tecnico, ma che spera di risultare quanto più chiaro possibile nel limite delle mie conoscenze lessicali e sintattiche, che non sono altisonanti, ma semplicemente rispettose di una decente e corretta lingua italiana. Innanzitutto rilevo che non una motivazione organica e pensata è stata addotta, ma solo una sequela di “valutazioni”, talvolta sconfinate in “improperi” riferiti alla persona, la quale, oltre a non cercarli, non ha bisogno certo di locali consensi per non restare anonima. E sulla proposta, peraltro non mia ma ascrivibile al Sindaco, seppure riferita alla sola Capaccio Scalo? Mi sembra niente che possa essere discusso per obiettivi e per finalità. Cambiare il nome consolidato della parte più rilevante di un Comune o in toto, è medesima operazione giustificabile solo per un obiettivo e una finalità produttivi di risultati concreti. Dice il Sindaco: “Il nostro paese è diviso in circa quindici contrade, pertanto esiste una situazione socioculturale frammentaria……far capire che Paestum è un marchio, un’occasione e un’opportunità che appartiene all’intero territorio. In politica la cosa più comoda è quella di non cambiare, così non si rischia nulla. Ma oggi bisogna avere il coraggio di farlo altrimenti non si potrà avere nessun rinnovamento per il futuro. Il progetto andrà allargato a tutto il territorio che deve acquistare omogeneità”. Mi trova d’accordo sulle motivazioni e sulle finalità, che vengono a recepire quanto ho cercato inutilmente di far notare alla precedente amministrazione a conduzione Marino e al Prof. Forte estensore del PUC ora opportunamente messo da parte. Mi sembra che si vada nel senso giusto, verso la valorizzazione complessiva del territorio soprattutto dell’area archeologica. Il solo completare lo scavo dell’Anfiteatro e liberare l’area dalle baracche e da tutto ciò che offende la storia e l’estetica, consegnerebbe il sindaco Voza all’elenco dei benefattori dell’umanità! Aggiungo – quello che ho cercato di fare nel precedente intervento - che non basta una denominazione per dare un’identità. Tutta qui la mia proposta, che riassume quella organica di pianificazione territoriale pubblicata su una rivista scientifica di riferimento. È scandaloso o offensivo tutto questo?
Qualcuno ha proposto, con greve e ironica polemica, di cambiare il mio nome in quello di Mario. Niente in contrario, tanto il nome è un accidens, mentre non cambierei il cognome che è la substantia! I Latini, dai quali derivano le nostre strutture linguistiche, chiamavano nomen proprio ciò che noi indichiamo per cognome, mentre quello che per noi è il nome per loro era un semplice pre-nome attribuito con la nascita. L’appartenenza, che rappresentava il contesto della nascita e faceva riferimento a una gens distinta da un’altra, era indicata con il cognome. Era l’appartenenza a un contesto socio-culturale a dare un’identità. L’identità è data non dal nome, ma dal “cognome”, dalla substantia, che rappresenta la storia della gens, le origini, i legami parentali, gli affetti e gli odi, le affinità e le differenze, i percorsi e gli arrivi. Il punto è proprio questo. Capaccio ha un’identità? Il territorio, legato al nome “capaccio”, ha un’identità unitaria in modo che possa “risuonare” ed essere “compreso” nei cinque continenti? Tale nome, la cui notorietà stenta a essere compresa anche in Campania, non sembra, invece, che faccia appunto riferimento a un “borgo storico” ubicato un po’ più in alto, distante circa 14 chilometri dal cuore pulsante del turismo, del commercio e dell’agricoltura di cui e per cui il territorio vive? Credo non sia fuor di luogo raccontare questa piccola esperienza vissuta in prima persona. Quando ho comprato il mio piccolo rifugio per la quiescienza in territorio pestano, ero solito frequentare l’Australia. Ero in un colloquio con un docente della National Australian University e si parlava del più e del meno. Tra le altre cose mi capitò di riferire che per la quiescienza avevo pensato di vivere nel periodo estivo in quel di Capaccio. Mi chiese, dove si trovasse e che luogo fosse? A quel punto feci riferimento a Paestum. Aprendosi a un compiaciuto sorriso, il mio interlocutore australiano esclamò: ah, nell’antica Magna Grecia, nella terra delle sirene! Ecco, il punto è questo. Oggi come oggi questo territorio ha un’identità spendibile? La sua identità gli deriva dal nome “Capaccio” o dal nome “Paestum”? Non è forse un complesso disorganico di una serie di Borghi, ciascuno con una propria identità, ma che nell’insieme non costituiscono una Città con un’identità urbanistica, antropologica e culturale? Amministrare vuol dire anche decidere cosa si voglia fare di un luogo e di un territorio, pensando alle possibili linee di sviluppo e agli interventi più produttivi, che non sono mai singoli ma articolati e complessivi. Diversamente a che sarebbe servito dotare il Comune di un Assessore all’identità se il discorso continua a restare nel provincialismo di una municipalità leghista, chiusa nella cinta muraria di un fatuo orgoglio nominalista? Orgoglio che tace quando per “informare” a quale territorio si appartenga è necessario dire o scrivere Capaccio-Paestum, che giuridicamente non esiste. Ironia della sorte: l’orgoglio municipalista finisce in un trattino!
Se questo banale discorso, fatto da una persona che ha ricevuto una Laurea non da uno ma da molti trogloditi - Ch.mi Proff. Cleto Carbonara, Aldo Masullo, Salvatore Battaglia, Francesco Arnaldi, tanto per citare quelli a me più cari - non riesce nememno a muovere un soffio di costruttiva discussione, con o senza sillogismo, i pochi lettori lascino stare, non importa. I miei cortesi interlocutori continueranno lo stesso a trascorrere felicemente innumerevoli giornate e per tanti tanti anni ancora, anche se nel frattempo il territorio, un tempo splendore della Magna Grecia, precipita velocemente lungo la china di un’irreversibile decrescita, con qualunque nome si voglia chiamare.

Prof. Aurelio Di Matteo

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