POLLICA. Il Tribunale ordinario di Frosinone, in composizione monocratica, ha pronunciato una sentenza di condanna di primo grado per diffamazione a mezzo televisivo nei confronti di Reti Televisive Italiane (Gruppo Mediaset), del giornalista Giulia Golia e dei fratello, Dario e Massimo Vassallo, per la natura diffamatoria di cinque servizi televisivi della trasmissione “Le Iene”, andati in onda nel 2019 e dedicati alla ricostruzione delle indagini sull’uccisione del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo. A ricorrere al Tribunale civile era stato il colonnello dell’Arma dei Carabinieri, Fabio Cagnazzo. La sentenza, pronunciata lo scorso 24 agosto, ha condannato in solido Reti Televisive Italiane e Giulio Golia per l’80% dell’importo, Massimo Vassallo e Dario Vassallo per la restante parte al pagamento di 100mila euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, oltre a interessi e rivalutazione monetaria a partire dal diciannove novembre duemiladiciannove, data di messa in onda dell’ultimo servizio televisivo oggetto di causa. Inoltre, Golia, in qualità di autore materiale dell’illecito, è stato condannato al pagamento di un’ulteriore somma di 20mila euro come riparazione pecuniaria ai sensi della legge sulla stampa. Esclusa, invece, ogni responsabilità per l'intervistato Francesco Avallone. Per il Tribunale, la narrazione giornalistica non si sarebbe limitata alla cronaca dei fatti, ma attraverso una ricostruzione tale da generare nello spettatore medio medio il sospetto di un coinvolgimento del colonnello Cagnazzo fosse coinvolto in attività di traffico di stupefacenti e condotto attività finalizzate a depistare le indagini sull’omicidio. Le parti in causa hanno già preannunciato ricorso in Appello.
La dichiarazione dell’avvocato dei fratelli Dario ed Angelo Vassallo, Antonio Ingroia:
“Ritengo questa sentenza del Tribunale di Frosinone inaudita, ingiusta e inaccettabile. Dico “inaudita” perché credo sia senza precedenti che due familiari di una vittima di un delitto efferato come quello di Angelo Vassallo, intervistati e chiamati a manifestare tutta la loro amarezza per l’omicidio, possano essere addirittura condannati per diffamazione. I fratelli Vassallo, in quelle dichiarazioni, hanno espresso non soltanto il loro dolore e la loro amarezza per il delitto, ma anche la profonda amarezza per i ritardi della giustizia, manifestando dubbi e, aggiungo, legittimi sospetti sui depistaggi che sarebbero avvenuti nelle ore e nei giorni immediatamente successivi all’omicidio.
Per queste dichiarazioni sono stati condannati al pagamento di una cifra che ritengo, tra l’altro, assurda: ben 100mila euro. Una somma che appare del tutto fuori da ogni normale parametro per una condanna per diffamazione a mezzo stampa. È vero che in alcuni casi possono essere previsti risarcimenti molto elevati, ma in questa vicenda la cifra appare assolutamente sproporzionata rispetto ai fatti. Tanto più che le dichiarazioni rese dai fratelli Vassallo trovano riscontro in quanto emerso nel corso delle indagini e nei provvedimenti giudiziari successivi. La Procura di Salerno e il Gip avevano disposto una misura cautelare nei confronti del colonnello Fabio Cagnazzo. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la sussistenza di gravi indizi a suo carico. Successivamente la Cassazione ha annullato quel provvedimento, ma nel frattempo diversi giudici avevano scritto e affermato cose ben più pesanti rispetto a quanto dichiarato dai fratelli Vassallo. Infine, perfino la sentenza che ha assolto in primo grado il colonnello Cagnazzo – sentenza sulla quale è stato proposto appello dalla Procura di Salerno e della quale attendiamo, dunque, l’esito definitivo – conferma che vi fu un’attività di depistaggio. Il giudice ha manifestato dubbi sulla prova che quel depistaggio, successivo al delitto, fosse stato in qualche modo concordato prima dell’omicidio con gli autori del delitto. Ma l’esistenza del depistaggio non è stata messa in discussione. Ed è proprio di questo che parlavano i fratelli Vassallo. Per questo, per usare un ulteriore aggettivo, ritengo questa sentenza del tutto incomprensibile. La impugneremo certamente e siamo convinti che potrà essere ribaltata in appello”.