CASTELLABATE. Legami è un romanzo di memoria familiare e collettiva che racconta il Novecento italiano attraverso tre generazioni di donne. Al centro, i legami di sangue e di ideali che uniscono e lacerano una famiglia operaia, sullo sfondo delle grandi trasformazioni politiche e sociali del Paese. Il racconto prende avvio da una fotografia del 1943: un padre partigiano e i suoi figli ritratti davanti alla bandiera del Comitato di Liberazione Nazionale. Da quell’immagine nasce un filo narrativo che attraversa tre generazioni e che diventa metafora dei legami di sangue, di ideali e di appartenenza che tengono insieme la famiglia Capuano, anche nei momenti di maggiore frattura. La prima voce è quella di Anna, giovane donna del rione Sanità, cresciuta in una comunità popolare segnata dalla povertà e dalla solidarietà. Sposa Giuseppe Capuano, operaio siderurgico e militante comunista, per il quale la politica è una missione. Il loro matrimonio, vissuto in uno spazio domestico angusto e privo di intimità, rivela presto una frattura profonda: Giuseppe appartiene alla fabbrica e alla lotta, Anna alla casa, alla maternità e alla fede. Il tradimento di Giuseppe incrina definitivamente l’equilibrio familiare; la perdita di un figlio e il dolore che ne segue segnano una separazione emotiva che solo il tempo e la storia condivisa riescono in parte a ricucire. Intorno a loro, figure femminili silenziose e resistenti: Carmela e Concetta, che incarnano il cuore nascosto della famiglia e della comunità. La narrazione passa poi a Laura, figlia di Anna, giovane donna degli anni Sessanta e Settanta, cresciuta tra ideali politici e disillusione. Giornalista, militante, inquieta, Laura vive in prima persona le tensioni di un’Italia attraversata da scioperi, repressione e stragi. Attraverso di lei il romanzo affronta il tema dell’eredità: cosa significa essere figli di una generazione che ha creduto, lottato, sacrificato tutto per un’idea di mondo migliore? E quale prezzo si paga nel portare avanti quel lascito? La maternità e la relazione con Federico non placano il suo bisogno di dare un senso profondo alla vita. Attratta dalla radicalità della lotta extraparlamentare, sceglie la clandestinità, sacrificando affetti e identità. L’esperienza della lotta armata e il carcere lasciano ferite profonde e irreversibili. Nella terza parte del romanzo, lo sguardo si sposta sulla generazione successiva. Mara, figlia di Laura, è cresciuta nell’assenza e nel silenzio: per lei la madre non è un’eroina né una rivoluzionaria, ma una figura lontana, quasi estranea, cancellata da una scelta politica che ha spezzato la famiglia. Trasferitasi a Roma con il padre, a cui è legata in modo assoluto, Mara scopre troppo presto la verità su quella madre diventata un nome sui giornali e un’ombra nella sua vita. Adolescente e poi giovane donna, vive il ritorno di Laura come una minaccia all’equilibrio costruito con fatica. Il confronto tra madre e figlia avviene solo molti anni dopo, quando Laura, segnata dalla clandestinità, dal carcere e dalla perdita, tenta un ritorno. Solo la morte improvvisa del padre spezza definitivamente le difese di Mara: nel lutto, madre e figlia sono costrette a guardarsi senza filtri ideologici né rancori. In questo incontro tardivo si affronta il nodo più profondo del romanzo: l’eredità emotiva delle scelte politiche, il peso che ricade sui figli, e la possibilità – fragile, imperfetta – di una riconciliazione. La storia, che nelle prime parti aveva guidato e travolto le vite dei protagonisti, qui lascia spazio a una domanda: cosa resta, quando tutto è stato sacrificato? Nel finale la riconciliazione madre-figlia prende forma in modo imperfetto, ma possibile. Il romanzo si chiude sul passaggio generazionale: ciò che era ferita diventa memoria, ciò che era assenza si trasforma in scelta di restare. Una storia di dolore e resistenza, in cui i legami non imprigionano, ma tengono in piedi.