L'opinione - E se fosse cambiato proprio il nome di Capaccio?

La proposta del Sindaco Voza sulla ri-denominazione di Capaccio Scalo è senz’altro condivisibile. È da qualche tempo (in ultimo sul n.3/2011 della Rivista di Scienze del Turismo–Università la Sapienza) che stigmatizzo la dispersione e l’anonimia di un territorio che dimentica storia e antropologia, con grave danno sia per lo sviluppo turistico sia per la vivibilità dei residenti. La mia insistenza nel definire l’intero territorio come “La città dei Venti Borghi” è rivolta a dare un’identità storica visibile, che nel richiamo storico antico, ben noto nei cinque Continenti, potesse rappresentare un attrattore turistico adeguato alle nuove forme di turismo. La World Tourism Organization prevede per il prossimo futuro (2020), nell’ambito di una generale crescita del turismo, che quello intellettuale, ben diverso da quello definibile come “culturale” o “archeologico”, abbia un tasso di crescita molto più elevato nei confronti di tutte le altre tipologie. A questa crescita contribuiranno in modo consistente l’accorciamento delle vacanze e l’aumento delle visite brevi, che sono finalizzate a un coinvolgimento intellettuale ed emotivo di esperienza integrata. Da qui l’esigenza che la “socio-economic” di un territorio si può sviluppare solo attraverso la tutela e la valorizzazione dell’identità di uno spazio geografico e antropologico, dove s’incontrano sedimentazioni archeologiche, caratterizzazioni rurali, tradizioni e presenze religiose, particolarità paesaggistiche, storia locale, cultura immateriale, enogastronomia e quant’altro sia tipico di un territorio. L’identità culturale e antropologica del territorio diventa la destinazione del turismo intellettuale integrato. Il territorio di Capaccio ha tutte queste potenzialità; eppure nessuno che in tutti questi anni abbia almeno preso coscienza di una tale situazione che richiede urgenti iniziative. Questa del Sindaco, apprezzata anche da Gillo Dorfles seppure con una buona dose di equivoco, mi sembra la prima che vada in questa direzione. Detto questo, ritengo opportuno, però, evidenziare che, come testimonia la discussione che ne è seguita, sarebbe un errore lasciarsi affascinare soltanto dalla tematica nominalistica e ridurre il tutto a un problema di toponomastica, per di più settoriale. Nelle mie pubblicazioni dedicate a questo stupendo Patrimonio dell’Umanità, richiamanando l’identità di un territorio vasto, articolato antropologicamente e strutturalmente diversificato, ho evidenziato che per la sua valorizzazione ai fini dello sviluppo turistico ed economico, fosse necessaria una Pianificazione che abbandonasse i criteri della classica regolamentazione urbanistica che era a base della costosissima e ampollosa proposta del prof. Forte. Tra l’altro, esemplificavo l’anomia proprio con riferimento al grosso nucleo di Capaccio Scalo, di fatto periferia degli altri “Venti”, dei quali si compone il territorio di Capaccio, che nell’insieme è un’immensa periferia di circa 112 chilometri quadrati. Una valida, funzionale e nuova visione urbanistica, attenta alla relazionalità civica, considera la periferia non il luogo altro dal centro storico o lontano da esso, ma la condizione di non essere “centrali”. Di fatto può accadere che i centri storici siano, invece, la periferia della concreta ed effettiva vita sociale. Capaccio ne è un esempio. Insomma la periferia e il centro non sono due luoghi urbanisticamente dislocati o due tipologie architettoniche, ma due condizioni di vita sociale, di relazioni umane e di rapporti vitali. Al di là della toponomastica e della ri-nominazione di qualche nuovo Borgo o di qualche strada, non ci potranno essere futuro turistico e sviluppo economico senza il recupero e la valorizzazione del territorio come res tipica, attraverso interventi capaci di riannodare il legame urbanistico, sociale e umano della “città dei venti borghi”, integrando, attraverso una rete concreta e virtuale, il complessivo percorso storico-culturale-estetico-ambientale, passato e presente, tradizioni e vita contemporanea, archeologia e ruralità, artigianato e moderne tecnologie, memoria e futuro. La buona iniziativa del Sindaco, per conseguire concreti risultati sul piano del marketing turistico e della vivibilità dei residenti, ha bisogno di essere inserita in un processo generale di pianificazione che dia finalmente alla dispersione territoriale dei Borghi, al loro essere in ogni caso e comunque tutti periferia, l’idea complessiva di una “Città Multipolare” in cui ogni Borgo si senta e sia valorizzato come centro e ogni centro sia visto come Borgo con la sua identità costituita dalla tipicità della sua storia antica o recente. È l’ipotesi da me illustrata nella pubblicazione apparsa sul n. 3/2011 della Rivista di Scienze del Turismo, nel volume Agricoltura, Turismo e Formazione e negli articoli apparsi sui giornali locali, in particolare in quello estivo dal titolo La Capaccio che sarà. Si tratterebbe di dare una complessiva identità a un territorio partendo da quella che già tutto il mondo conosce. In tale prospettiva di pianificazione complessiva e innovativa, la proposta del Sindaco di aggiornare la toponomastica non dovrebbe riguardare soltanto Capaccio Scalo ma il nome stesso dell’intera città. Mi permetto, da cittadino non capaccese ma da ospite pestano, di offrire al dibattito sulla ridenominazione complessiva una prima modesta idea: cambiare il nome del comune in quello di “Città di Pestum” (con il monottongamento a indicare anche nella scrittura l’evoluzione dall’antico al nuovo); lasciare la denominazione con il dittongo per identificare l’area archeologica “Area archeologica di Paestum”; trasformare il centro storico in uno dei tanti borghi con il suo nome storicamente sedimentato, “Capaccio”; ri-denominare l’anonima Capaccio Scalo come “Nuova Poseidonia” quasi a identificare un insediamento di nuovi migranti a imitazione di quello originario alla foce del Sele. E così di seguito definire una toponomastica che richiami passato e presente e riproduca l’identità storica del territorio. Spetterà alla stesura di una Pianificazione urbanistica innovativa ammagliare queste realtà per eliminare la marginalità, la dispersione e la periferizzazione alle quali sono condannati ora tutti gli insediamenti urbanizzati, piccoli o grandi che siano. L’ammagliatura dovrebbe essere costituita non da strade e edifici per civili abitazioni, come nella proposta del prof Forte, ma da strutture e da “non luoghi” che fungano da ottimi attrattori e consentano al cittadino di esprimersi e di comunicare, di lavorare e di divertirsi, di fare sport e di fare cultura; strutture di connessione urbana per consentire la socializzazione e la vita civile nella loro complessità, luoghi di attività culturali e scolastiche, di spettacoli e di eventi congressuali, di grandi aree fieristiche, museali, sportive, di parchi tematici e di itinerari ambientali, opportunamente inseriti nelle preesistenze e nelle identità consolidate. In tale complessiva ridefinizione l’anomia e la dispersione attuali si tarsformerebbero in tessuto sociale organico, strutturalmente connesso e con storica identità riconoscibile in campo internazionale.

Prof. Aurelio Di Matteo

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