L'opinione - Il sindaco Voza tra il Bisesto e il 13

Ho sempre preferito fare gli auguri e parlare del vecchio e nuovo anno dopo che il periodo delle festività fosse finito. È vero che facendo così talvolta il destinatario dei miei voti augurali sia andato in bestia, anziché riflettere e farne tesoro. Trascorso l’anno, la persistenza e la continuità senza valutazione hanno comporato nei fatti e negli esiti che il risultato augurato fosse conseguito. Ho sempre ritenuto che rivolgere gli auguri alle figure istituzionali e, di conseguenza, al territorio che rappresentano, come si fa di solito all’interno del “coro” festante, sia scelta temporale che diluisce il contenuto nella banalità della retorica e dell’adulazione. Quando la giusta e legittima euforia della festa è finita, invece, l’augurio sollecita riflessione, seppur impropriamente recepita come critico e dissonante rilievo. Anche perché all’etereo di un’improbabile spiritualità preferisco il corposo della tradizionale pregnanza pagana. Gli auguri non possono non essere rivolti al dottor Italo Voza, all’Istituzione e al Territorio che rappresenta. E di auguri in verità c’è molto bisogno, anche se la sua dichiarazione di adesione politica non più “civica” in sede di primarie può sembrare di consolidata e rafforzata stabilità amministrativa. Gli auguro che questa sia confermata non dalla “svolta” ma dall’efficacia e rapidità delle promesse programmatiche e, soprattutto, dall’approvazione del PUC del quale, dopo circa sei mesi – un buon terzo dei diciotto! – dalla revoca della proposta targata Marino, si ha notizia indiretta attarverso qualche risposta all’insulsa “insistenza” del prof. Forte. E anche queste notizie sono esemplificate soltanto da due fascinosi lemmi: eco-sostenibile ed eco-compatibile. Per la buona sorte dell’economia e dei problemi del territorio, auguro che, a furia di parlarne, di tutto non resti, come nel mito, soltanto il fascino dell’Eco con la sua voce continua sempre più fioca e lontana. Il caminetto alle spalle e, da credente, il riferimento ai valori della Bibbia, lo scenario un po’ alla “Casa bianca” ha dato solennità all’impegno sulle cose da realizzare nel Nuovo anno. Ma ai cittadini credo che sarebbero bastati meno tempo e meno solennità ma qualche certezza in più e qualche obiettivo fondamentale prossimo e visibile. E uno di questi è senz’altro il PUC, senza il quale non si muoverà l’economia e crescerà l’abusivismo, si parlerà di accoglienza ma non ci sarà vivibilità e la notte più che stellata sarà a mala pena rischiarata dalla tenue luce di un fioco lampione annunciato. La sfida è tutta qui! In un PUC che sia innovativo e dia volto e identità a una dispersione di borghi attraverso la loro ammagliatura, creando una rete di strutture-non luoghi quali centri per il nuovo modo di socializzare ed essere “agorà”. Tre linee urbane di collegamento – finalmente! - sono un’ottima cosa e un buon avvio, ma non bastano per costruire una “città”. Spetterà alla stesura di una Pianificazione urbanistica innovativa ammagliare queste realtà per eliminare la marginalità, la dispersione e la periferizzazione alle quali sono condannati ora tutti gli insediamenti urbanizzati, piccoli o grandi che siano. L’ammagliatura dovrebbe essere costituita nemmeno da strade, piazze e edifici per civili abitazioni, come nella proposta del prof Forte, ma da strutture e da “non luoghi” che fungano da ottimi attrattori e consentano al cittadino di esprimersi e di comunicare, di lavorare e di divertirsi, di fare sport e di fare cultura; strutture di connessione urbana per consentire la socializzazione e la vita civile nella loro complessità, luoghi di attività culturali e scolastiche, di spettacoli e di eventi congressuali, di grandi aree fieristiche, museali, sportive, di parchi tematici e di itinerari ambientali, opportunamente inseriti nelle preesistenze e nelle identità consolidate. In tale complessiva ridefinizione l’anomia e la dispersione attuali si trasformerebbero in tessuto sociale organico, strutturalmente connesso e con storica identità. È questo il più caldo augurio che faccio al Sindaco Voza, all’Istituzione e al Territorio che rappresenta.
Il Sindaco Voza è stato eletto quasi nel mezzo di un anno bisestile. Quello che secondo una lunga tradizione è considerato un anno “funesto”. A giudicare dall’esito elettorale diventa difficile comprendere per chi sarebbe portatore di sfortuna. Verrebbe confermata la credenza popolare che da secoli più che al singolo individuo ritiene che tale anno sia funesto perché causa di eventi dannosi. Fu agli inizi del Rinascimento che un medico, Girolamo Savonarola, teorizzò che gli anni bisestili erano scarsamente favorevoli all’economia agricola e forieri di alluvioni e inondazioni. Allora non c’era il Turismo e perciò non ne fece menzione. Cosa avrebbe detto oggi? In seguito l’attenzione del “funesto” si spostò sugli eventi sismici. Da questo punto di vista i cittadini possono dormire sonni tranquilli: Capaccio Paestum non è per niente zona a rischio sismico. L’unico rischio che corre è quello politico-amministrativo che potrebbe verificarsi con la prossima tornata elettorale, visti gli spostamenti in atto, annunciati, prevedibili e imprevisti. Il segno zodiacale del Sindaco, pur nella positività del percorso, potrebbe far pensare proprio a questo. E nella positività, la sua collocazione, secondo le Dimore lunari dell’antico zodiaco, sarebbe foriera di cambiamenti e rischi determinati da legami esclusivi e vincoli extraterritoriali.
E poi c’è quel Tredici che si unisce al nuovo secolo! Il tredici non porta mica tanto fortuna. L’ultima Cena fu caratterizzata da tredici commensali e non finì tanto bene per il tredicesimo che “coordinava”; nella tradizione orientale gli spiriti della casa erano tredici e l’ultimo era quello malvagio; nei Tarocchi il 13 è rappresentato con “la signora della falce”; nella Tavola rotonda il tredicesimo posto era considerato “pericoloso”. Tanto per citare solo alcune credenze della tradizionale superstizione. Gli auguri di stima ma anche di valutazione propositiva, che faccio all’Amministrazione e agli amici che la rappresentano, sono tutti qui, sperando che sfatino i risvolti infausti che la tradizione assegna alla sequenza numerica. E mi sento anche di accomunare negli auguri la futura nascita di un’opposizione, della quale si avverte la necessità, a condizione che, abbandonando risentimenti o rivincite, sia al pari propositiva e non pregiudiziale, di stimolo e di valutazione, di confronto e di comparazione progettuale, nel solco dell’agorà, simbolo e sostanza della democrazia.

Aurelio Di Matteo

commenti