Cultura
LA SCOPERTA
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Castellabate, il mare restituisce i “rocchi” dei templi di Paestum
Antonio Vuolo
24 aprile 2026 13:08
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CASTELLABATE. Dalla spiaggia della frazione Lago, a Castellabate, nel cuore della costa Cilentana, spuntano nuovi “rocchi”, i blocchi di arenaria utilizzati per costruire i maestosi templi di Paestum. Si tratta di una decina di elementi cilindrici riemersi nell’ultimo periodo dalla sabbia e dal mare per le forti mareggiate invernali e per l’erosione costiera che non risparmia nemmeno questa parte di litorale salernitano. La presenza dei blocchi di arenaria è stata segnalata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, che ha già eseguito nelle scorse un primo sopralluogo nel sito già noto come “Campo dei Rocchi”. Gli esperti dovranno verificare se si tratta di nuovi elementi, rispetto a quelli già scoperti negli scorsi anni, oppure di nuove testimonianze che il mare e l’erosione costiera hanno riportato alla luce. Quindi, si deciderà come intervenire per la tutela e la salvaguardia dei reperti. Non si tratta, infatti, di una novità assoluta in quest’area che era un’antica cava frequentata dai greci, poi dai lucani e infine dai romani per l’attività estrattiva. Da questo sito sono partiti, via mare, i blocchi cilindrici usati per edificare i templi nell’area pestana e probabilmente anche di Velia. 

 

IL COMUNICATO DELLA SOPRINTENDENZA:

"Il Cilento è un "paesaggio culturale" unico al mondo, dove le tracce dell'uomo, fin dai tempi più antichi, convivono in simbiosi con i preziosi e rari ecosistemi che lo caratterizzano. Nei prossimi giorni, inizieranno le attività del Progetto PAS “Paesaggi Archeologici Sommersi della Campania” per il quale la Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino ha stipulato un protocollo d’intesa con il distretto Databenc, l’Università degli Studi di Salerno e l’Università degli Studi Parthenope di Napoli. Il progetto, finanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dal Fondo per la Crescita Sostenibile, nell’ambito degli Accordi per l'Innovazione (Capofila Mare Group), è finalizzato alla valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale sommerso della fascia costiera della Regione Campania attraverso l’uso di tecnologie innovative e servizi intelligenti. Tra i luoghi selezionati per il progetto ci sono i siti archeologici sommersi del Comune di Castellabate (SA) e, in particolare, il Porto Romano e la villa dell’isola di Licosa. Del porto romano di Castellabate, le cui strutture sono databili, in base alla tecnica costruttiva, al I secolo a.C., si conservano i resti di due moli, uno con andamento nord-sud interamente sommerso, ed uno con andamento est-ovest in parte affiorante. Punta Licosa, sito di grande rilevanza archeologica legato al mito della sirena Leucosia, ha restituito numerose testimonianze di frequentazione antropica fin dalle epoche più antiche, tra cui i resti di una villa romana con impianti di piscicoltura. Il progetto PAS, per le operazioni di rilievo, vedrà la collaborazione dei Carabinieri del Nucleo Subacqueo di Napoli. La recente segnalazione avvenuta tramite il programma di attualità, curato dai "Figli delle Chiancarelle", che racconta Salerno e la sua provincia, in onda su Sud TV, canale 114 del digitale terrestre, ha indotto la Soprintendenza ad ampliare l’oggetto dell’indagine, includendo un altro importante sito archeologico, localizzato sempre nel territorio di Santa Maria di Castellabate e, precisamente, nel tratto di litorale che va dal Lungomare Bracale a Punta Pagliarulo. Si tratta di una cava a cielo aperto in cui sono visibili diverse tracce di origine antropica legate, appunto, ad attività di estrazione e lavorazione dell’arenaria. Il sito, evidente in parte sulla battigia ed in parte sommerso sotto il livello del mare, è noto anche con il nome di “Campo dei Rocchi”, per la presenza di tamburi di arenaria di diverse dimensioni detti appunto rocchi. Controversa è stata, a lungo, l’interpretazione funzionale e cronologica di tali blocchi: secondo alcuni studiosi si trattava di rocchi di colonna cavati in età arcaica per la costruzione di edifici templari; studi più recenti, basati anche sull’analisi dei cambiamenti del livello del mare dall’eta antica all’età moderna, hanno, invece, dimostrato che la cava è stata principalmente sfruttata in un’epoca più recente di quella che si riteneva in passato: si tratterebbe, infatti, di un’area di estrazione di macine destinate al villaggio altomedievale che si trovava sul vicino promontorio di Tresino. L’area è, da sempre, fortemente influenzata dal mare: il mutare delle correnti, infatti, ne modifica spesso la visibilità, tanto che le recenti mareggiate invernali hanno riportato in luce buona parte del banco di estrazione e dei blocchi in situ. Questo recente riaffioramento di un’ulteriore porzione del banco estrattivo e dei relativi materiali di risulta permetterà alla Soprintendenza di intraprendere una nuova stagione di studi ed analisi, fondamentali per definire la natura e la cronologia del materiale. Le attività sul posto si avvarranno della fondamentale e preziosa collaborazione del Nucleo Carabinieri del Parco di Castellabate. Il fine che si intende perseguire è implementare le strategie di tutela e valorizzazione del sito, restituendo alle comunità locali la consapevolezza dello straordinario valore del patrimonio culturale e delle sue potenzialità per lo sviluppo sostenibile".



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