Cultura
AL CONVENTO
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Capaccio Paestum, l' "Ecce Homo" di segatura e silenzio: i Fasano custodiscono un'arte che è preghiera
Redazione
04 aprile 2026 13:42
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CAPACCIO PAESTUM. Al convento di Sant'Antonio del capoluogo di Capaccio, la famiglia Fasano rinnova una tradizione che dura dagli anni Quaranta. Un tappeto sacro ispirato all'omonima opera del pittore fiammingo Philippe de Champaigne. C'è un momento, nella settimana più solenne dell'anno liturgico, in cui l'arte smette di essere ornamento e diventa atto di fede. Accade ogni anno al convento di Sant'Antonio del capoluogo di Capaccio, dove il Giovedì Santo riaccende una delle tradizioni più intense: il tappeto sacro della famiglia Fasano. Quest'anno l'opera si ispira all'Ecce Homo di Philippe de Champaigne, considerato tra i capolavori della pittura barocca francese. La scena è ambientata nel Pretorio di Gerusalemme: Gesù, dopo la flagellazione e nell'imminenza di essere presentato alla folla, siede solo su una pietra. Un Cristo di straordinaria umanità: semplice e familiare nella sofferenza. È da questa alternanza tra il corpo ferito e la dignità intatta,  in cui si celebra la tensione tra la presenza divina e la solitudine umana  che i Fasano hanno scelto l'opera da riprodurre sul pavimento del convento in cui risiedono i Frati Minori del Cuore Immacolato di Maria. La traduzione avviene in segatura colorata con tinte naturali, stesa a mano sul pavimento fino a formare un mosaico di polvere e pigmento che sfida la propria natura effimera per farsi icona. Un lavoro che richiede giorni di pazienza certosina, occhio infallibile e una buona dose di silenzio che trasforma il gesto manuale in atto contemplativo e coerente, dove un’mmagine così carica di solitudine, quella di un uomo abbandonato da tutti, in balia di una sorte già segnata venga ricreata pezzo per pezzo, granello dopo granello, in un lavoro solitario e devoto. La storia di questa tradizione affonda le radici negli anni Quaranta del Novecento, quando il capostipite Attilio Fasano cominciò a decorare l'altare conventuale con la cenere, materia di Quaresima per eccellenza, segno del limite e della penitenza. Da quella prima forma essenziale  la pratica si è evoluta senza tradire il senso. Oggi a portare avanti questa eredità è l'intera famiglia Fasano, in un passaggio generazionale in cui anche i più giovani di casa, tra cui Enrico Fasano, hanno compreso la portata storica e culturale di questo gesto. Il tappeto di segatura che adorna l'altare non è solo un'opera d'arte da ammirare: è un invito alla sosta, alla contemplazione. La comunità capaccese lo sa bene, e lo dimostra con la devozione silenziosa con cui, anno dopo anno, si avvicina a quest'opera. Perché c'è qualcosa di profondamente vero nell'idea che un'immagine sacra realizzata con le mani, fragile e destinata a dissolversi, dica sulla Pasqua più di tante parole. Come il chicco di grano che cade in terra e muore per dare frutto, anche questo tappeto nasce per essere offerto, ammirato e infine lasciato andare. Il tappeto resterà esposto per tutto il periodo pasquale.



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