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Energia, industria e redditi. De Rosa: "L’Italia davanti alla prova decisiva"
Redazione
24 luglio 2026 11:04
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SALERNO. Il Cavaliere Domenico De Rosa analizza la nuova crisi energetica mondiale, il petrolio vicino ai 100 dollari al barile, l’uscita definitiva dal gas russo entro il 2027 e le conseguenze per imprese, famiglie e competitività europea. Una riflessione sul futuro industriale del Paese e sulle scelte che l’Europa non può più rinviare.

Cavaliere De Rosa, il petrolio è tornato a sfiorare i 100 dollari al barile. È solo una tensione temporanea oppure siamo davanti a un nuovo cambio di paradigma? "Non considero questo un episodio congiunturale. Quando il prezzo del petrolio torna su questi livelli significa che il mercato sta incorporando un rischio geopolitico permanente. Le tensioni in Medio Oriente, l’instabilità delle principali rotte marittime e la crescente frammentazione degli equilibri internazionali stanno modificando strutturalmente il costo dell’energia. Oggi il prezzo del greggio non riflette soltanto domanda e offerta. Riflette soprattutto l’incertezza del mondo. Gli analisti, inoltre, ipotizzano uno scenario nel quale il Brent possa mantenersi mediamente intorno ai 100 dollari nel 2027 se le tensioni dovessero protrarsi". 

Quanto rischia un Paese manifatturiero come l’Italia? "Più di altri. L’Italia vive di trasformazione industriale, esportazioni e logistica. Tutti settori energivori. Quando aumenta il costo dell’energia cresce il costo di produzione, cresce il costo del trasporto, aumenta il costo della distribuzione e inevitabilmente aumenta il prezzo finale pagato dai cittadini. È un effetto domino che comprime la competitività delle imprese e riduce il potere d’acquisto delle famiglie".

Nel 2027 l’Europa prevede di interrompere definitivamente le importazioni di gas russo. È pronta ad affrontare questa fase? "È questa la domanda che dovremmo porci tutti. L’Europa ha deciso di eliminare progressivamente il gas russo entro il 2027. È una scelta ormai definita sul piano normativo. Il punto non è discutere la decisione politica. Il punto è capire se siano state costruite, nel frattempo, condizioni economiche e industriali capaci di sostituire quella dipendenza senza compromettere la competitività europea". 

Lei ritiene che questo lavoro sia stato fatto? "Francamente no. In questi anni abbiamo assistito soprattutto a un susseguirsi di misure emergenziali. Manca ancora una vera strategia industriale europea sull’energia. Dopo la guerra in Ucraina sarebbe stato necessario costruire una politica comune sugli approvvigionamenti, sugli investimenti infrastrutturali, sul nucleare di nuova generazione, sulle reti e sulla sicurezza energetica. Invece ogni Stato membro continua, in larga misura, a cercare soluzioni individuali".

Quali saranno le conseguenze sui cittadini? "Il rischio è molto semplice. Energia più cara significa bollette più elevate, maggiore inflazione e una progressiva riduzione del reddito reale disponibile. Non occorre aumentare le tasse per impoverire una famiglia. È sufficiente aumentare il costo dell’energia. Tutto il resto segue automaticamente".

E per le imprese? "Per molte aziende europee il problema non sarà produrre meno. Sarà decidere dove produrre. Se altre aree del mondo continueranno a garantire energia abbondante e meno costosa, diventerà inevitabile valutare investimenti fuori dall’Europa. È esattamente questo il rischio che dovrebbe preoccupare maggiormente le istituzioni europee".

Alcuni sostengono che la transizione energetica risolverà questi problemi. "La transizione è necessaria, ma deve poggiare sulla realtà industriale. L’energia non è un tema ideologico. È un fattore produttivo. Nessuna economia avanzata può rinunciare contemporaneamente alle fonti tradizionali senza aver costruito prima alternative stabili, sicure e competitive. La fisica e l’economia non seguono le scadenze della politica".

Anche il gas europeo sta tornando a salire. È un ulteriore elemento di preoccupazione? "Certamente. Le recenti tensioni internazionali hanno riportato i prezzi del gas europeo ai livelli più elevati degli ultimi mesi, mentre gli stoccaggi restano inferiori rispetto allo scorso anno. Questo rende l’Europa particolarmente vulnerabile in vista dell’inverno e conferma quanto il sistema energetico continentale sia ancora esposto agli shock geopolitici". 

Qual è il rischio più grande che vede per l’Europa? "Che continui a parlare di sostenibilità senza affrontare la sostenibilità economica. Un continente che perde competitività perde investimenti. Se perde investimenti perde occupazione qualificata. Se perde occupazione perde redditi. E quando diminuiscono i redditi si indebolisce anche il consenso sociale verso qualsiasi politica industriale".

Quale dovrebbe essere, allora, la priorità dei governi europei? "Restituire centralità alla sicurezza energetica come pilastro della politica industriale. Significa diversificare realmente le fonti, accelerare gli investimenti infrastrutturali, sostenere tutte le tecnologie disponibili senza pregiudizi ideologici e garantire energia competitiva a chi produce ricchezza. L’energia non è una questione ambientale o geopolitica. È il fondamento della sovranità economica di una nazione".

Un ultimo messaggio. "La crisi energetica non è più un’emergenza. È diventata una condizione strutturale del nuovo ordine mondiale. Continuare a gestirla con strumenti pensati per situazioni temporanee significa esporre imprese e cittadini a un progressivo impoverimento. L’Europa ha ancora il tempo per cambiare rotta, ma il tempo disponibile si sta rapidamente riducendo".



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