Economia
L'OPINIONE
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Energia, De Rosa: "All’Europa serve una politica industriale vera, non un nuovo esercizio di coordinamento"
Comunicato Stampa
24 aprile 2026 09:06
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SALERNO. Il Cavaliere De Rosa (nella foto) interviene sul piano Accelerate EU della Commissione Europea e ne indica il limite essenziale. In una fase segnata da tensioni geopolitiche, costi in aumento e competitività sotto pressione, l’economia reale non può attendere osservatori, rinvii o misure simboliche, ma ha bisogno di scelte chiare, tempestive e coerenti con la gravità della crisi.

Cavaliere De Rosa, come giudica il piano Accelerate EU presentato dalla Commissione Europea contro il caro energia? "Lo considero un impianto ordinato nella forma, ma ancora insufficiente nella sostanza. In un momento in cui il sistema produttivo europeo è sottoposto a una pressione crescente, sarebbe stato necessario un segnale più netto, più concreto e più aderente alle esigenze dell’economia reale. Nel testo ritorna con insistenza il tema del coordinamento. È certamente un elemento utile, ma non può diventare il sostituto della decisione politica. Quando la crisi incide già oggi sui costi, sui margini e sulla competitività delle imprese, il coordinamento da solo non è più sufficiente".

Lei sostiene che Bruxelles stia affrontando la crisi con un approccio troppo amministrativo. Dove lo vede con maggiore evidenza? "Lo vedo nella distanza tra il linguaggio del piano e la realtà che le imprese affrontano ogni giorno. Da una parte vi sono aziende che sostengono costi energetici più elevati, che devono difendere l’equilibrio economico dei contratti e preservare la continuità operativa. Dall’altra emerge una risposta costruita prevalentemente intorno a meccanismi di osservazione, coordinamento e accompagnamento. Ma una fase come questa richiede soprattutto misure capaci di incidere rapidamente sulle condizioni effettive di competitività del sistema europeo".

Nel piano si parla di voucher per le famiglie vulnerabili, smart working negli uffici pubblici e osservatori sui combustibili. Perché ritiene queste misure non adeguate? "Perché, pur potendo avere una loro utilità specifica, non affrontano il nucleo del problema. Il sostegno alle famiglie più fragili è doveroso e va difeso, ma non può esaurire la risposta a una crisi che investe in profondità la struttura produttiva europea. Allo stesso modo, misure organizzative o strumenti di monitoraggio rischiano di avere un valore prevalentemente descrittivo, mentre oggi servono interventi che riducano concretamente il peso dell’energia su chi produce, trasporta, investe e garantisce la tenuta delle filiere. Il punto non è osservare meglio la crisi, ma governarla con maggiore determinazione".

Nel suo intervento pubblico lei richiama un paradosso molto chiaro. Qual è? "Il paradosso è che l’Europa continua a indicare obiettivi di accelerazione nella transizione energetica mentre non ha ancora messo pienamente in sicurezza la stabilità e la sostenibilità economica delle fonti che oggi sorreggono il sistema produttivo. La transizione è una prospettiva necessaria e nessuno mette in discussione la direzione strategica. Tuttavia ogni trasformazione credibile richiede una base industriale solida. Se manca questa base, il rischio è che il peso dell’aggiustamento ricada in modo sproporzionato sulle imprese, riducendone la capacità di investimento e indebolendone la competitività".

Lei richiama anche le parole del Commissario Dan Jorgensen, secondo cui i prezzi del GNL non si stabilizzeranno nei prossimi due anni nemmeno nello scenario migliore. Che cosa significa, a suo giudizio? "Significa che la Commissione è pienamente consapevole del fatto che non ci troviamo davanti a una tensione temporanea o marginale. Se il quadro è destinato a restare complesso per un orizzonte non breve, allora sarebbe stato logico attendersi una risposta strutturale più immediata e più coraggiosa. È proprio qui che emerge il limite del piano. La diagnosi della difficoltà appare chiara, ma non è ancora accompagnata da una strategia all’altezza della durata e della profondità della crisi".

Che cosa manca allora, in sostanza, a questo piano? "A mio giudizio manca una chiara assunzione di responsabilità industriale. Non manca l’impianto tecnico, non manca la costruzione europea, non manca neppure l’intenzione di offrire una cornice comune. Quello che manca è una scelta forte sul terreno della competitività. Oggi il costo dell’energia è uno dei principali fattori che determinano la capacità dell’Europa di restare attrattiva, produttiva e industrialmente solida. Se questo nodo non viene affrontato con strumenti adeguati, il rischio è che la crisi energetica si trasformi progressivamente in una crisi di posizionamento economico del continente".

Lei parla da operatore che vive quotidianamente la filiera dei trasporti e della logistica. Quanto è esposto oggi questo settore? "Il settore dei trasporti e della logistica è esposto in modo diretto, immediato e continuo, perché il costo energetico incide sulla struttura stessa del servizio. Ogni variazione rilevante del carburante si riflette sui viaggi, sui contratti, sull’organizzazione operativa e sull’equilibrio economico complessivo. Per questo il tema non riguarda soltanto un comparto, ma l’intera economia reale. Quando si colpisce il trasporto, si colpisce la capacità del sistema produttivo di muovere merci, servire mercati e garantire continuità alle filiere".

Quale sarebbe stata, secondo lei, una risposta più credibile da parte dell’Europa? "Una risposta credibile avrebbe anzitutto riconosciuto con piena chiarezza che la crisi energetica è ormai anche una questione di competitività industriale europea. Avrebbe quindi affiancato agli strumenti di coordinamento misure temporanee ma incisive sul costo dell’energia, sulla leva fiscale e sul sostegno ai settori più esposti. Sarebbe stato necessario mettere al centro non soltanto la gestione della contingenza, ma la protezione della capacità produttiva europea. In passaggi come questo, la credibilità delle istituzioni si misura sulla rapidità e sulla concretezza delle scelte".

In conclusione, qual è il suo giudizio finale su Accelerate EU? "Ritengo che sia un piano che prova a ordinare la crisi, ma che non esprime ancora fino in fondo la forza politica e industriale necessaria per governarla".



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