Economia
L'OPINIONE
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Europa, De Rosa (Smet): "Predica e arretra, il conto 2025 e le illusioni per il nuovo anno"
Comunicato Stampa
02 gennaio 2026 08:38
Eye
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SALERNO. Europa, bilancio 2025 e prospettive per il nuovo anno. Pubblichiamo l'interessante appunto del cav. Domenico De Rosa (nella foto), opinion leader e noto imprenditore salernitano CEO del Gruppo Smet.

Cavaliere De Rosa, perché questa riflessione proprio adesso, all’inizio del 2026. "Perché il 2025 ha chiuso la stagione degli alibi. Non è stato soltanto un anno complesso, è stato un anno rivelatore. Ha mostrato che l’Europa, mentre si racconta come guida normativa e morale, nella realtà arretra su industria, energia, velocità decisionale e peso geopolitico. Quando non si vuole chiamarlo declino, lo si ribattezza “transizione”".

Il titolo è duro. “Predica e arretra” non è una provocazione eccessiva? "È una fotografia. Predichiamo standard, vincoli, procedure. Poi arretriamo su ciò che rende un continente competitivo. È come voler vincere una gara discutendo il regolamento mentre gli altri corrono".

Da imprenditore, quale frattura ha avvertito di più nel 2025? "La distanza tra palazzi e realtà. L’impresa vive di tempi, certezze e costi controllabili. La politica europea vive di rinvii e ambiguità. Nel 2025 l’incertezza è diventata strutturale e il sistema produttivo ha iniziato a pagare un costo fisso, non un rischio episodico".

L’Europa sostiene di regolamentare per proteggere. Non è un obiettivo condivisibile? "Proteggere è doveroso, paralizzare è suicida. Un continente che produce regole più velocemente di quanto produca produttività e infrastrutture non sta proteggendo. Sta rendendo più caro esistere. E il costo finale, prima o poi, ricade su chi investe e su chi lavora".

Qual è l’illusione con cui rischiamo di entrare nel 2026? "Che basti una correzione di comunicazione. Un nuovo slogan, un nuovo documento, una nuova conferenza. Invece servono scelte impopolari ma serie. Senza una base industriale forte, non si finanzia nemmeno lo stato sociale che si dice di difendere".

Qual è l’errore più grande dei governanti europei? "Aver confuso l’autorità con il moralismo. Aver trasformato la politica industriale in una lezione permanente al mercato. Così l’Europa parla da arbitro, ma gioca da squadra stanca".

Sul piano sociale, cosa Le ha colpito nel 2025? "La stanchezza collettiva. Le persone reggono, ma non credono più alle narrazioni consolatorie. Si vede nella polarizzazione e nella diffidenza verso chi governa. Quando si promette futuro e si consegnano costi, la società presenta il conto".

Nel 2026 cosa si aspetta, realisticamente... "Continuità, più che svolte. Crescita moderata, competizione globale più dura, rischio geopolitico persistente e pressione regolatoria in aumento. Dunque imprese più snelle, più capitalizzate, più lucide nel selezionare investimenti e priorità".

E cosa desidera davvero, senza retorica? "Un’Europa che smetta di punire la produzione e inizi a proteggerla sul serio. Energia affidabile e competitiva. Infrastrutture che riducono i costi. Tempi amministrativi rapidi. Regole proporzionate. Una politica industriale che non sia un elenco di obiettivi, ma una lista di priorità con responsabilità chiare".

Se dovesse riassumere il 2025 con una frase... "L’anno in cui l’Europa ha scoperto di essere vulnerabile, ma ha continuato a comportarsi come se fosse intoccabile".

Chiudiamo con una domanda ai lettori. "La pongo volentieri, perché l’ho pubblicata anche sulle mie pagine social proprio per aprire un confronto reale. Secondo voi, qual è la rotta concreta per tenere insieme competitività e coesione sociale, senza trasformare l’Europa in un museo regolamentato che importa tutto, perfino la crescita?".



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