Politica
LA RIFLESSIONE
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Portici, attacchi mediatici e cognomi “ingombranti”: il caso Enzo Cuomo e il confine tra cronaca e pregiudizio
Floriana Stile
19 gennaio 2026 15:02
Eye
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PORTICI. Negli ultimi giorni il dibattito politico e mediatico locale si è concentrato sull’ex sindaco di Portici Enzo Cuomo, a seguito di articoli e titoli apparsi su alcune testate online che, nel tentativo di raccontare scenari politici futuri, hanno finito per costruire una narrazione controversa, fondata più sul cognome che sui fatti.

Il titolo incriminato – che suggerisce l’idea di un padre intenzionato a “candidare i figli” – ha innescato una reazione pubblica netta, prima da parte dello stesso Enzo Cuomo e poi dei figli Pietro e Annamaria, chiamati in causa non per azioni politiche concrete, ma per una presunta volontà attribuita ad altri.

In un post pubblicato su Facebook, Enzo Cuomo ha affidato ai social una riflessione che va ben oltre il caso personale, toccando un nodo centrale della democrazia:

"È assurdo esprimere giudizi sulle persone perché portano un cognome e sono figli di un papà impegnato in politica", scrive l’ex sindaco, rivendicando con forza un principio di libertà individuale. Cuomo ricorda il ruolo educativo dei propri genitori, fondato su amore e istruzione, ma soprattutto sulla libertà di scelta, lo stesso modello che – sottolinea – ha adottato con i suoi figli.

Il punto, però, non è solo difensivo. La domanda posta da Cuomo è politica e culturale:

scrivere articoli che ritraggono figli adulti come “burattini” per colpire il padre rientra davvero nel diritto di cronaca e nella libertà di stampa?

Una domanda legittima, soprattutto in un contesto in cui il confine tra informazione e suggestione narrativa appare sempre più labile.

Alle parole del padre si sono aggiunte quelle di Pietro Cuomo, che ha scelto di raccontare il proprio percorso umano e politico, fatto di militanza, confronto e autonomia. Cresciuto in una famiglia in cui il dissenso era pratica quotidiana e mai tabù, Pietro Cuomo rivendica una scelta politica consapevole, maturata nel tempo e mai imposta.

«Ogni scelta della mia vita l’ho fatta da solo. Così nella vita, così in politica, che considero una cosa bella solo quando è libera», afferma, respingendo con decisione l’idea di una candidatura eterodiretta.

Particolarmente significativa è la citazione del ministro Andrea Abodi:

“Chi ha un cognome non deve avere privilegi, ma non dovrebbe nemmeno subire un danno per questo.”

Una frase che racchiude il cuore della questione: il cognome non può essere né una scorciatoia né una colpa.

Ancora più netta, sul piano culturale e comunicativo, la posizione di Annamaria Cuomo, che richiama direttamente la responsabilità dell’informazione. Scrivere della vita delle persone, sottolinea, non è mai un atto neutro. Un titolo approssimativo può diventare un veicolo di una narrativa distorta, capace di incidere profondamente sulla vita di chi ne è oggetto.

Attribuire a un padre la volontà di determinare il destino politico dei figli significa aderire, secondo Annamaria, a una visione paternalistica e familistica, in cui l’autonomia degli individui viene annullata.

Il caso Cuomo, al di là dei nomi coinvolti, apre una riflessione più ampia sul modo in cui una parte dell’informazione affronta la politica locale: semplificazioni, titoli suggestivi e scorciatoie narrative rischiano di trasformare il racconto dei fatti in una costruzione di sospetti.

Difendere Enzo Cuomo oggi non significa schierarsi politicamente, ma ribadire un principio: la critica è legittima solo se fondata su fatti reali, non su deduzioni basate su legami familiari.

In una democrazia matura, la libertà di stampa è un pilastro imprescindibile, ma lo è altrettanto la responsabilità di non piegarla a logiche strumentali, soprattutto quando a pagarne il prezzo sono persone chiamate in causa più per il loro cognome che per le loro scelte.



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