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Traffico e cantieri, la tassa invisibile che frena il Paese. De Rosa: "Italia a velocità ridotta"
Redazione
23 gennaio 2026 08:46
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SALERNO. Traffico e cantieri, la tassa invisibile che frena il Paese: “Italia a velocità ridotta” per il cavaliere Domenico De Rosa (nella foto), noto imprenditore salernitano CEO del Gruppo Smet.

Cavaliere De Rosa, traffico e cantieri: non è più solo un problema di una regione. È diventato un tema nazionale? "Sì, ormai sì. Perché quando si fermano le arterie principali non si ferma solo la strada: si inceppa la giornata delle persone e, insieme, si inceppa anche l’economia. E questa è la verità: un Paese moderno non può funzionare a velocità ridotta".

Lei usa spesso l’espressione “tassa invisibile”. In cosa consiste, concretamente? "È una tassa che non trovi scritta da nessuna parte, ma la paghi lo stesso. La paghi in tempo buttato, carburante, nervosismo, appuntamenti saltati, giornate che diventano più corte del necessario. Ed è una tassa “democratica”: colpisce tutti. Chi lavora, chi studia, chi ha famiglia, chi deve spostarsi ogni giorno".

Però i cantieri servono: manutenzione, sicurezza, ammodernamento. Dov’è l’errore allora? "I cantieri servono eccome, e guai a pensare il contrario. Il punto non è fare o non fare. Il punto è come li organizzi. Perché se un lavoro necessario diventa un blocco continuo, alla fine invece di migliorare il Paese lo stai solo rallentando. E quando rallenti il Paese, rallenti anche le opportunità".

Secondo lei qual è l’errore più comune in Italia? "Che spesso il cantiere viene trattato come una faccenda tecnica. In realtà è una questione sociale ed economica. Perché un restringimento non ti fa perdere solo minuti: ti cambia la giornata, ti cambia l’umore, ti cambia l’organizzazione… e a fine mese ti cambia pure i costi. Un Paese che perde tempo ogni giorno diventa più caro e meno competitivo. E la gente lo sente sulla pelle".

Lei lo vive sia da cittadino che da imprenditore: cosa succede nella vita vera? "Succede una cosa pericolosa: ci si abitua. Ci si abitua a partire prima, a mettere in conto la coda, a vivere sempre con l’ansia del “chissà quanto ci metto. Ore in macchina, tensione, imprevisti continui. E a un certo punto non è più traffico: è stanchezza collettiva".

E sul lavoro e sulle imprese che effetto ha? "L’imprevedibilità uccide l’efficienza. Un’azienda lavora con tempi, programmazione, assistenza, consegne. Se ogni spostamento diventa un punto interrogativo, perdi affidabilità. E quando perdi affidabilità, perdi competitività. Alla fine succede una cosa molto semplice: quel territorio diventa meno attrattivo, si investe meno, si crea meno lavoro. E tutto parte da una cosa apparentemente banale: una strada che non scorre.

Lei però non si limita a dire “c’è un problema”. Che cosa si può fare, davvero? "Si può fare molto, e non serve inventare niente di strano. Io partirei da un principio di buon senso: i cantieri devono essere compatibili con la vita delle persone. Dove si può, si lavora di notte. Se la strada è vuota è lì che fai i lavori più impattanti, non nelle ore di punta. Evitare weekend e giornate di grande transito, salvo emergenze vere: perché lì c’è vita familiare, turismo, economia locale. Se blocchi tutto, fai danni doppi. Poi serve programmazione seria, non “stiamo lavorando”: bisogna conoscere i nodi critici e impedire l’effetto domino. Infine, tempi certi. Il cittadino deve sapere: inizia oggi e finisce quel giorno. Non “forse”, non “vediamo”.

Quando lei dice “cantieri notturni”, qualcuno risponde subito: costa di più. "Può costare di più sul singolo intervento, certo. Ma costa molto meno al Paese. Perché se fai un cantiere di giorno e blocchi migliaia di persone, stai bruciando ore di lavoro, carburante, stress, produttività. È un costo enorme, solo che nessuno lo mette a bilancio. La domanda vera è: vogliamo risparmiare sul cantiere o vogliamo evitare che il conto lo paghino sempre cittadini e imprese?".

C’è poi la questione comunicazione: spesso la gente scopre il blocco quando ormai è dentro la coda. "Ed è la cosa che fa saltare i nervi a tutti, ed è anche comprensibile. Nel 2026 l’informazione deve arrivare prima, e deve essere chiara: dove, quanto dura, che alternative hai. Perché quando scopri tutto all’ultimo, ti senti intrappolato. E la fiducia sparisce".

Se dovesse mandare un messaggio alle istituzioni, quale sarebbe? "Che la modernità non si misura dal numero di cantieri aperti. Si misura da quanto sei capace di farli bene e chiuderli in tempi giusti. E soprattutto da una cosa: quanto tempo restituisci alle persone. Perché il tempo è dignità per le famiglie e competitività per le imprese. Se lo sprechi, stai impoverendo il Paese senza accorgertene".

Chiudiamo con una frase finale che riassuma tutto. "Il progresso non può essere un disagio permanente. Un’Italia moderna è quella che si migliora senza bloccare la vita quotidiana. Cantieri sì, ma con intelligenza: tempi certi, buon senso e rispetto per chi si muove ogni giorno".



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