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DOPO OLTRE 40 ANNI
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Abusi edilizi in area archeologica a Paestum, niente sanatoria: il Consiglio di Stato chiude il caso
Redazione
28 gennaio 2026 10:52
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CAPACCIO PAESTUM. Gli abusi edilizi realizzati in area archeologica a Paestum non possono essere sanati. A ribadirlo è una sentenza del Consiglio di Stato che ha messo definitivamente la parola fine a una vicenda giudiziaria lunga oltre quarant’anni, relativa a un fabbricato costruito in località Licinella, nel territorio comunale di Capaccio Paestum. L’origine del contenzioso risale al 1979, quando su un terreno privo di qualsiasi titolo edilizio venne realizzato un immobile composto da sei unità abitative al piano terra, ciascuna dotata di camera, angolo cottura, servizi igienici e spazio esterno di pertinenza. Nel 1986 la proprietaria presentò al Comune una domanda di concessione edilizia in sanatoria limitata a due appartamenti, in parte ricadenti nella fascia di rispetto dei mille metri prevista dalla legge speciale del 5 marzo 1957 a tutela dell’area archeologica di Paestum.

Nel 2000, con il subentro degli eredi e il successivo trasferimento degli immobili, i comproprietari integrarono la richiesta di condono depositando ulteriore documentazione presso l’Ufficio comunale competente. L’amministrazione di Capaccio Paestum, tuttavia, respinse l’istanza, ritenendo le opere non sanabili poiché realizzate in un’area sottoposta a vincolo archeologico. Il diniego fu impugnato davanti al Tribunale amministrativo regionale, con i ricorrenti che lamentavano vizi procedurali, tra cui la mancata notifica del provvedimento a uno dei comproprietari, l’assenza della comunicazione di avvio del procedimento e una motivazione ritenuta insufficiente. Il Tar, però, respinse il ricorso, riconoscendo la legittimità dell’operato comunale e sottolineando l’insanabilità degli interventi e il danno arrecato alla fruizione del Parco archeologico di Paestum, sito riconosciuto come patrimonio mondiale dell’Unesco. Secondo i giudici amministrativi, la fascia di rispetto ha lo scopo di preservare una vera e propria “cornice di tutela” dell’area archeologica, impedendo trasformazioni che possano alterarne la visuale, il decoro, il valore storico e l’equilibrio tra il complesso monumentale e il paesaggio circostante. Tali principi sono stati ora definitivamente confermati dal Consiglio di Stato, Sezione Settima, che ha respinto l’appello, rendendo definitiva la decisione.

 



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