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Sicurezza, De Rosa: "L'Italia che lavora ha bisogno di ordine, attaccare la divisa mina economia e libertà"
Comunicato Stampa
30 gennaio 2026 08:18
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SALERNO. “L’Italia che lavora ha bisogno di ordine, attaccare la divisa significa colpire economia e libertà”: intervista al Cavaliere Domenico De Rosa sul tema della sicurezza nazionale. 

Cavaliere, partiamo dal fatto, nella sua nuda cronaca. Cosa è successo a Rogoredo? "La sera di lunedì 26 gennaio 2026, in zona Rogoredo a Milano, durante un servizio antidroga, un agente ha sparato uccidendo Abderrahim Mansouri, 28 anni, di origine marocchina. La versione resa dall’agente agli inquirenti è che l’uomo, non fermandosi all’alt, avrebbe puntato contro di lui un’arma poi risultata una pistola a salve. L’agente ha dichiarato di aver sparato per difendersi".

Cavaliere, nelle ore successive la Procura iscrive l’agente per omicidio volontario. Per molti è già una sentenza. "È esattamente questo il problema: tecnicamente può essere un passaggio procedurale utile a garantire accertamenti, interrogatori, perizie e pieno diritto di difesa, mentre si ricostruisce la dinamica nei dettagli. Ma nel linguaggio pubblico “omicidio volontario” non è un’etichetta neutra: è una marchiatura immediata. E quando diventa titolo, diventa gogna. Il punto è che, così, si processa l’operatore prima ancora dei fatti".

Lei sostiene che uno Stato serio deve tenere insieme due verità. Quali? "La prima è non negoziabile: la forza pubblica va controllata e giudicata, sempre. Porta un’arma legittima in nome della collettività e il monopolio della forza regge solo se sta dentro regole chiare e verificabili. La seconda, altrettanto non negoziabile, è che la forza pubblica va protetta quando opera in contesti ad altissimo rischio, dove la differenza tra minaccia reale e minaccia apparente può essere indistinguibile per chi ha mezzo secondo per decidere".

Faccia un esempio pratico di questa “minaccia apparente”. "In strada, un’arma a salve senza tappo rosso, al buio, a distanza ravvicinata o in un contesto isolato, può essere percepita come un’arma vera. In quell’istante la percezione è parte del fatto da valutare, non un’opinione. Ecco perché servono perizie, ricostruzioni, tempi, distanza, traiettoria, condizioni di luce, testimonianze, eventuali video: è lì che si scioglie il nodo, non nel tribunale dei social o dei talk show".

Lei parla di frattura culturale e di doppio vincolo. Che cosa intende? "Da una parte si pretende sicurezza perfetta nei luoghi difficili: periferie, aree di spaccio, stazioni, quartieri in cui i residenti chiedono presenza e controllo. Dall’altra si pretende che chi interviene non sbagli mai, anche quando la realtà è fatta di secondi, rumore, panico, scarsa luce, imprevedibilità. Questo doppio vincolo produce un risultato tossico: il disincentivo operativo".

Cavaliere, disincentivo operativo in che senso, concretamente? "Cioè che ogni intervento ad alto rischio, se viene automaticamente trasformato in calvario giudiziario e mediatico, genera meno iniziativa, più attendismo, più burocrazia difensiva. E a pagare sono i cittadini normali, soprattutto quelli che vivono nei quartieri più esposti. Quando lo Stato arretra anche solo psicologicamente, il vuoto non resta vuoto".

C’è anche una distorsione nel modo in cui si “difende” la divisa. Qual è? "L’idea che difendere significhi coprire tutto. È falso e fa male proprio a chi la divisa la porta davvero. Difendere le forze dell’ordine significa pretendere regole certe, strumenti chiari, procedure trasparenti, tempi rapidi. La vera tutela non è l’impunità: è un sistema in cui la verità viene accertata presto e bene, e in cui l’operatore non viene lasciato sospeso per anni nel limbo, tra sospetto automatico e isolamento".

Lei richiama anche il quadro normativo italiano. Perché, allora, non basta? "Perché il punto non è recitare gli articoli. Il punto è costruire un ponte praticabile tra la norma e la strada: formazione, tecnologia, protocolli e tutela effettiva. La legge esiste, ma se poi l’operatore resta esposto al “processo immediato” e alla delegittimazione preventiva, quel ponte non regge, e lo Stato perde credibilità dove dovrebbe essere più solido".

Cavaliere, lei propone alcune direttrici concrete. Da dove si parte? "Da misure di buonsenso. Una corsia procedurale rapida per i fatti in servizio, con tempi certi per perizie e accertamenti, così da evitare che la vita di un agente resti sospesa mentre l’opinione pubblica emette sentenze emotive. Assistenza legale immediata e automatica per chi agisce in servizio, con regole chiare su quando e come lo Stato copre le spese: non è un privilegio, è una garanzia funzionale, perché quell’atto è compiuto nell’interesse collettivo".

Sul fronte della trasparenza e della comunicazione, cosa serve? "Investimenti seri su bodycam e tracciabilità operativa, soprattutto in contesti ad alto rischio: la trasparenza tutela i cittadini, ma tutela anche gli agenti da ricostruzioni fantasiose. E una comunicazione istituzionale sobria nelle prime 24–48 ore: rispettosa della vittima e dell’operatore, orientata a una sola cosa, accertare. Quando la politica entra prima della balistica, nasce solo veleno".

Cavaliere De Rosa, lei dice che stiamo dimenticando un principio culturale decisivo. Quale? "La presunzione di innocenza vale per tutti, anche per chi porta una divisa. Se la neghiamo proprio a chi tutela l’ordine pubblico, mandiamo un messaggio pericoloso: la sicurezza è un servizio dovuto, ma chi la garantisce è sacrificabile. E uno Stato che tratta come sacrificabili i propri servitori indebolisce se stesso".

Arriviamo al nodo del titolo: ordine, economia, libertà. Perché li mette sullo stesso piano? "Perché sono legati da un vincolo reale, non ideologico. Senza sicurezza non c’è società. Senza società non esiste impresa, non esistono investimenti, non esiste lavoro stabile, non esiste futuro. Chi lavora e produce ha bisogno di regole e ordine, non di zone grigie in cui vince il più aggressivo. E l’ordine lo garantisce la presenza dello Stato sul territorio, fatta di donne e uomini in uniforme, disciplina e dedizione".

Qual è la domanda “adulta” che questo caso dovrebbe imporre al Paese? "Vogliamo un Paese in cui chi interviene contro spaccio e degrado venga lasciato solo, oppure vogliamo un Paese in cui la legalità sia un mestiere possibile, dignitoso e sostenibile? Perché c’è un punto di non ritorno che riguarda il patto implicito tra Stato e cittadini: io, Stato, ti chiedo coraggio e sangue freddo nei posti dove pochi vogliono stare; tu, cittadino, mi chiedi ordine e sicurezza. Se a chi scende in strada restituiamo solo sospetto automatico e gogna istantanea, quel patto si sfalda".

E quando quel patto si sfalda, chi paga davvero? "Non lo paga “la politica” in astratto. Lo pagano le famiglie, i lavoratori, i quartieri, le periferie. Lo paghiamo tutti. Ecco perché la posizione deve essere netta: rispetto per la vita umana, accertamento rigoroso dei fatti, ma sostegno pieno alle nostre forze dell’ordine. Perché senza sicurezza non c’è società, e senza sicurezza non può esserci alcun tipo di impresa".



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