NOLA. E’ stato accompagnato da un applauso commosso l’arrivo della bara bianca con il corpo del piccolo Domenico nella Cattedrale di Nola. I funerali del bimbo morto all’ospedale Monaldi dopo il trapianto di un cuore danneggiato si svolgeranno alle 15. La piazza di Nola, con il lutto cittadino proclamato dal sindaco Andrea Ruggiero, è già piena di persone che hanno voluto accompagnare la famiglia in questo ultimo saluto terreno. Tante le mamme con i loro bimbi che stringono fiori bianchi tra le mani. Nel pomeriggio, poi, l'arrivo anche della premier Giorgia Meloni, presente con il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. A presiedere il rito funebre è stato il vescovo di Nola, don Francesco Marino, con anche l’arcivescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia. Questa l'omelia:
"Fratelli e sorelle tutti nel Signore, nostri carissimi papà Antonio e mamma Patrizia, in questa chiesa cattedrale, casa comune di tutta la diocesi, oggi ci stringiamo a voi in un abbraccio profondo e sentiamo anche realmente nostro il vostro immane dolore. Il vostro bambino Domenico, infatti, in queste lunghe e atroci settimane è diventato un po’ figlio di tutti noi; e se è vero che i figli sono “pezzi di cuore”, anche quello di ciascuno di noi, come quello vostro di mamma e di papà, si è spezzato nel dolore di questa assurda tragedia. Come ci suggerisce il vangelo proclamato, siamo noi tutti, quale comunità cristiana e civile insieme con voi genitori, quella madre, la vedova di Nain, che accompagna alla sepoltura il suo unico figlio e che viene incontrata da Gesù.
L’evangelista Luca nel brano che abbiamo appena ascoltato (Lc 7,11-17), descrive una grande folla, come noi in questo momento, divisa in due cortei: il primo è una “via crucis”, in essa vediamo la nostra strada della croce che ci affianca come cirenei sul vostro calvario. A cadenzare il passo è, purtroppo, la morte di un giovane figlio. Un futuro che sembra chiudersi per sempre, una speranza ormai spezzata. Una sofferenza che si assomma: questa donna non ha più passato e non ha più futuro. Anche noi ci avvertiamo immediatamente catapultati in questo corteo funebre. Non sappiamo neanche più chi siamo: la lingua italiana, infatti, non ci dà neanche un nome, perché un figlio senza genitori è orfano, ma la perdita del frutto del proprio grembo è così atroce che le parole stesse si tacciono come nei tabù.
Scorrono davanti ai nostri occhi, inondati di lacrime, le immagini di questi mesi: prima l’affannosa speranza del trapianto, il desiderio di un’esistenza nuova, la prospettiva di donare una vita bella a Domenico; poi tutto si è infranto, come una mareggiata, contro gli scogli del fallimento e la durezza fragile di quel cuoricino che, non riuscendo mai a battere, ci ha agghiacciati nel dolore.
In mezzo a noi sentiamo vicina anche l’altra madre che, perse inizialmente le proprie speranze, aveva voluto generosamente donare il cuore del proprio figlio Moritz con il desiderio di farlo battere ancora in un’altra vita; anche lei piange con noi e soffre due volte in più. I sentimenti umani che si agitano in questo momento – forse comprensibilmente, e non dobbiamo spaventarcene – sono di rabbia, di delusione, di atroce spasimo. Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico… Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi – ne sono certo – finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore.
È per questo che, come vescovo e testimone del vangelo della morte e risurrezione di Gesù, sento dal cuore il bisogno e il desiderio di indicarvi quell’altro corteo che vediamo nell’annuncio che abbiamo ascoltato: il corteo della Pasqua con a capo il Figlio di Dio, il Giovane di Nazareth con i suoi discepoli che si avvicinano al ragazzo di Nain. Vi chiedo, con delicatezza e paternità, il coraggio della scelta: vogliamo continuare a tormentarci nel corteo della morte o vogliamo trovare ora la forza di metterci dietro il nostro Maestro che accosta questa piccola bara bianca da un’altra prospettiva, quella della vita? Gesù – ci dice Luca – vedendo quella madre “fu preso da grande compassione”. La prima cosa che Dio fa davanti al dolore non è spiegare, ma condividere. Non offre una teoria, ma una vicinanza. Gesù si avvicina, tocca la bara, entra nella scena della morte, non scappa, ci chiede di non piangere, ma di fidarci di lui. Oggi possiamo credere che Gesù si è avvicinato anche al letto di ospedale, alla sala operatoria, alle ore cariche di attesa e di paura. Era lì, nel silenzio dei corridoi, nel battito fragile di quel piccolo cuore. E quando quel cuore si è fermato, l’amore di Dio non si è fermato.
Siamo certi, come abbiamo pregato con le parole del Salmo 34, che “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato”. Oggi questa Parola è vera in modo particolare per voi genitori, per la vostra famiglia, per tutti noi. Dio, che è Padre, è vicino nel pianto, nella stanchezza, nelle domande che ci gridano dentro: “Perché?”. Lui solo può comandarci: “Non piangere!”.
La Parola del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci ha consegnato una promessa: “Il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto” (Is 25). Non dice che oggi non piangeremo. Dice che le nostre lacrime non sono l’ultima parola. C’è un giorno preparato da Dio in cui la morte sarà vinta definitivamente. E l’apostolo Paolo nella seconda lettura ci ha ricordato: “Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza” (1Ts 4,13). Noi siamo tristi, sì. Profondamente. Ma non siamo senza speranza. Perché Gesù, toccando ora questa piccola bara bianca, come quel giorno il feretro a Nain, ci restituisce nella dolce speranza Domenico, come restituì quel figlio a sua madre. Ce lo restituisce già in maniera nuova, ma non menoreale; non in quel corpicino, ma in una memoria viva che nel tempo abbiamo il dovere di custodire e raccontare negli anni che verranno; proprio come tu, cara mamma Patrizia, con tutte le tue forze, ci stai gridando nel tuo esemplare e composto dolore.
L’evangelista conclude il racconto dicendo che il ragazzo si mise seduto e cominciò a parlare. Sì, anche Domenico ci parla ancora! Anche lui come i santi Innocenti martiri della strage di Erode, ci lascia un messaggio che ricorderemo per sempre. Senza poter parlare, oggi ci canta quella bellezza collaterale alla tragedia che ci ha frastornati. Mi sono chiesto: possiamo raccogliere con pietà qualcosa di bello in questa triste vicenda, perché realmente trionfi la vita e non vinca la morte? Tra le tante bellezze collaterali ne vorrei sottolineare alcune. Domenico ci parla del calore della nostra gente, dell’empatia, di un popolo che è capace ancora di farsi prossimo, nonostante tutto. Voi genitori avete sperimentato da parte di tantissimi che, anche solo con un fiore, con un abbraccio, un gesto di vicinanza, hanno desiderato farvi sentire meno soli. Abbiamo pregato con voi qui in cattedrale, nella vostra parrocchia della Stella, in molte case e comunità.
Carissimi Antonio e Patrizia, ci avete ricordato che il dolore ha bisogno di essere condiviso, perché da soli non si può portare un peso così grande. Domenico, poi, ci ha ricordato la fragilità del cuore umano. Bisogna aver cura di ogni cuore, accostare la vita degli altri con delicatezza e sensibilità! Dobbiamo riscoprire la responsabilità di farci carico del cuore degli altri e dobbiamo sapere che quando si mette mano ai sentimenti altrui, si sta toccando un “organo” delicatissimo per il quale ci vuole competenza, prudenza e amore. Mi pare, inoltre, che Domenico ci parli ancora, continuando a incoraggiarci sul delicato tema della donazione degli organi. La sua storia ci racconta la generosità di genitori che hanno donato un cuore e di altri che ne hanno sperato da tempo la compatibilità. Incoraggiamo la donazione degli organi come gesto di grande amore e generosità. Continuiamo a credere nella buona medicina, nella formazione scientifica ed etica e non permettiamo agli errori umani, che pur ci sono stati, di spezzare quell’alleanza fiduciaria tra medico e paziente che è un valore necessario e che, come sappiamo, si rivela occasione di salvezza per tantissimi ammalati nei nostri ospedali, i quali – ricordiamolo sempre – sono delle eccellenze sanitarie. Se tutti possiamo sbagliare, questa dolorosa vicenda deve insegnarci l’umiltà di non sentirci mai onnipotenti, anche quando siamo molto competenti. I miracoli li fa solo il Signore, noi siamo fragili e quando ci sentiamo troppo sicuri di noi stessi diventiamo fallaci. Cari fratelli e sorelle, Gesù ha detto anche a Domenico: “Giovinetto, dico a te, alzati!”. Quel gesto è un segno, un anticipo della risurrezione. Noi oggi non vediamo quel miracolo come ce lo aspetteremmo con i nostri occhi umani. Ma, con gli occhi del cuore, crediamo che la risurrezione di Cristo ha operato qualcosa di più grande di noi: Domenico vive per sempre con il Cuore di Cristo! Il suo piccolo cuore, che ha sofferto tanto, ora riposa nel Cuore grande di Dio. E quel cuore non conosce fallimenti, non conosce interventi andati male, non conosce morte.
Carissimi Antonio e Patrizia, a voi e ai vostri figli e a tutti i vostri familiari vorrei dire con rispetto e affetto: avete fatto tutto ciò che l’amore poteva fare. E l’amore non va perduto. L’amore che doniamo diventa capitale invisibile di nuova umanità. Il vostro bambino è custodito da Dio e un giorno, quando il Signore asciugherà ogni lacrima, ci sarà un incontro che nessuna malattia e nessuna morte potranno più spezzare. Ai suoi fratellini raccontate che la vostra casa ha una stanza in più, loro non la vedono, ma è quel paradiso che ora è diventato anche la stanzetta del piccolo Domenico. Affidiamolo al Padre con fede. E chiediamo che, dentro questo dolore immenso, la speranza cristiana rimanga una luce accesa. Una luce più forte della morte. Amen".