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Porto, aeroporto, industria e turismo. De Rosa: "Salerno deve unire i suoi punti di forza"
Comunicato Stampa
14 agosto 2026 09:26
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CAMPANIA. “Porto, aeroporto, industria e turismo: Salerno deve unire i suoi punti di forza, ma in Campania il vero salto di qualità arriverà quando infrastrutture, imprese, capitale umano e territorio inizieranno a muoversi dentro una visione comune”: questo il pensiero del cav. Domenico De Rosa, noto CEO del Gruppo Smet, leader internazionale nel settore della logistica e mobilità. 

La Campania ha chiuso il 2025 con una crescita superiore alla media italiana. Possiamo parlare di una svolta? “Parlerei di un segnale positivo, non ancora di una svolta. La Campania ha registrato una crescita del prodotto dello 0,9 % e dell’occupazione del 2,6 %. Sono numeri che vanno riconosciuti, ma sarebbe prematuro considerarli la prova del superamento dei divari storici con il resto del Paese. Dal mio osservatorio di imprenditore della logistica e dei trasporti vedo un’economia che si muove, ma non con la stessa intensità in tutti i settori e in tutti i territori. A mio parere, la questione riguarda soprattutto la qualità della crescita e la capacità di renderla stabile quando verrà meno la spinta straordinaria degli investimenti pubblici".

Qual è oggi la situazione della provincia di Salerno? “I dati restituiscono un quadro interessante ma ancora contraddittorio. Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni sono aumentate dell’8,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e le ore di cassa integrazione sono diminuite del 42,5 per cento. Ad aprile i prestiti alle attività economiche risultavano in crescita dell’1,1 per cento su base annua. Nello stesso periodo, però, l’occupazione provinciale è rimasta sostanzialmente ferma, con una variazione negativa dello 0,1 per cento, mentre il numero delle imprese attive ha registrato un lieve arretramento. Secondo me, questo significa che alcune parti del sistema produttivo stanno accelerando mentre altre fanno ancora fatica. La crescita esiste, ma non è ancora abbastanza diffusa”.

Cavaliere, lei considera la logistica un indicatore privilegiato dell’economia. Perché? “Le merci raccontano l’economia reale prima di molte statistiche. Se aumentano ordini, produzione, esportazioni e investimenti, prima o poi quell’attività passa attraverso camion, treni, navi, porti e terminal. Secondo la mia esperienza, osservare i flussi logistici permette di capire abbastanza rapidamente se una crescita nasce dalla produzione oppure è legata soprattutto a una spinta temporanea della domanda. Ed è proprio per questo che considero particolarmente interessanti i dati del porto di Salerno”.

Che cosa mostrano? “Nel 2025 il porto ha movimentato quasi 13 milioni di tonnellate di merci e i container sono cresciuti del 16,4%. Nei primi tre mesi del 2026 il traffico complessivo è aumentato ancora del 6,4% e quello containerizzato del 7,8 %. Sono numeri importanti perché mostrano l’esistenza di una domanda reale. Ma il punto non è avere semplicemente un porto che cresce. A mio parere, il vero salto avviene quando porto, ferrovia, autostrade, aeroporto, aree industriali e poli produttivi vengono considerati parti della stessa infrastruttura economica”.

In questo disegno, quale ruolo può avere il nuovo aeroporto di Salerno? “Può avere un ruolo molto maggiore di quello strettamente aeroportuale. Nel 2025 ha raggiunto circa 373mila passeggeri e oltre la metà del traffico ha riguardato collegamenti internazionali. Secondo me dobbiamo smettere di ragionare per singole infrastrutture. Un aeroporto internazionale vicino alla Piana del Sele, alla Costiera Amalfitana, a Paestum e al Cilento produce valore se viene collegato efficacemente con il territorio e inserito dentro una politica economica più ampia. Porto e aeroporto possono ampliare enormemente il mercato potenziale di Salerno. Il problema è trasformare questa possibilità in un vantaggio concreto per imprese, turismo e investimenti".

L’export provinciale sta ripartendo. È sufficiente? No. Il recupero dell’8,5 % registrato all’inizio del 2026 è un dato positivo, soprattutto dopo la flessione del 2,7% del 2025. Ma la propensione all’export della provincia, rapportata al valore aggiunto, si ferma al 15,2%. Questo ci dice che Salerno esporta ancora meno di quanto potrebbe. Abbiamo produzioni riconosciute a livello internazionale, in particolare nell’agroalimentare, ma abbiamo bisogno di più imprese capaci di presidiare stabilmente i mercati esteri. La questione riguarda anche la dimensione aziendale. Dobbiamo favorire aggregazioni, investimenti tecnologici, apertura del capitale e organizzazioni manageriali più strutturate. Le imprese troppo piccole spesso possiedono prodotti eccellenti ma non hanno risorse sufficienti per competere in maniera continuativa fuori dall’Italia”.

Come dovrebbero essere utilizzate le risorse pubbliche? “Con maggiore selettività. Abbiamo commesso troppo spesso l’errore di misurare una politica economica sulla quantità di denaro distribuito invece che sui risultati ottenuti. Un incentivo dovrebbe essere valutato verificando cosa ha prodotto dopo tre o cinque anni. Più produttività, più occupazione qualificata, più brevetti, più esportazioni, maggiore capacità di investimento. A mio parere, distribuire contributi senza chiedere risultati misurabili rischia di creare imprese dipendenti dall’incentivo anziché imprese più competitive”.

Il PNRR ha avuto un peso rilevante nella crescita regionale. Cosa succederà quando questa fase finirà? “Questa, secondo me, è una delle domande più importanti dei prossimi anni. Alla metà di aprile del 2026 gli interventi assegnati alla Campania valevano 15,7 miliardi di euro e i pagamenti avevano superato i 6,6 miliardi. Nel 2025 la spesa regionale per opere pubbliche è cresciuta di oltre il 30%. È inevitabile che una massa di investimenti di queste dimensioni sostenga PIL e occupazione. La questione è ciò che resterà dopo. Un cantiere genera reddito finché è aperto. Una ferrovia più efficiente, una rete idrica moderna, una scuola migliore o una connessione logistica più veloce continuano invece a produrre valore per decenni. A mio parere, il successo del PNRR non andrà quindi misurato soltanto sulla capacità di spendere le risorse, ma sull’aumento della capacità produttiva del territorio”.

Cavaliere, turismo e cultura possono diventare una vera industria per Salerno e la sua provincia? “Possono esserlo, ma dobbiamo misurare i risultati in modo diverso. Nel 2025 le presenze straniere in Campania sono aumentate del 7,5% e la spesa dei viaggiatori internazionali del 5,3%. Salerno dispone di un patrimonio eccezionale. Costiera Amalfitana, Paestum, Velia, Cilento, costa, aree interne ed enogastronomia possono costruire un’offerta difficilmente replicabile altrove. Ma il numero dei visitatori da solo non basta. Bisogna guardare alla durata media del soggiorno, alla spesa generata, alla qualità dell’occupazione, all’allungamento della stagione e soprattutto a quanta parte del valore prodotto rimane sul territorio. Anche qui ritorna lo stesso problema. Abbiamo molti pezzi di grande qualità, ma dobbiamo riuscire a collegarli”.

Il punto più debole rimane il lavoro? “Direi il capitale umano nel suo complesso. In Campania il tasso di occupazione è salito al 46,7 per cento, ma resta sedici punti sotto la media italiana. La quota dei giovani tra 15 e 34 anni che non lavorano e non studiano è ancora pari al 26,1% contro il 15,6% nazionale. A Salerno, il reddito disponibile per abitante è pari a 18.556 euro e le proiezioni demografiche indicano una possibile riduzione della popolazione provinciale del 14,3% entro il 2050. Questi sono i numeri sui quali dobbiamo concentrare l’attenzione. Un territorio che perde giovani perde contemporaneamente consumatori, lavoratori qualificati, nuovi imprenditori e contribuenti”.

Come si trattengono i giovani? “A mio parere servono risposte concrete. Occorrono imprese capaci di crescere e pagare salari migliori, percorsi formativi costruiti sui mestieri realmente richiesti dal mercato e città nelle quali sia possibile vivere, spostarsi, trovare casa e costruire una famiglia. Se un giovane formato deve lasciare il territorio per trovare un lavoro adeguato, abbiamo sostenuto il costo della sua formazione e trasferito altrove il capitale umano prodotto. Questo è un modello economicamente insostenibile”.

Cavaliere De Rosa, Napoli continua ad avere un peso dominante nell’economia regionale. Salerno può costruire una propria traiettoria? “Deve farlo. Napoli svolge una funzione essenziale per la Campania, ma una regione con quasi sei milioni di abitanti non può dipendere economicamente da un solo grande polo. Salerno possiede una propria identità economica. Logistica, agroindustria, manifattura, turismo, cultura e servizi possono creare un secondo motore regionale molto forte. Non esiste una contrapposizione tra Napoli e Salerno. Esiste piuttosto la necessità di una Campania policentrica, capace di mettere in relazione territori con vocazioni diverse”.

Cosa manca, allora, per compiere questo passaggio? “Manca soprattutto la capacità di lavorare come sistema. Abbiamo porto, aeroporto, università, aree industriali, imprese esportatrici, turismo internazionale, patrimonio culturale e una posizione geografica straordinaria nel Mediterraneo. Secondo me non dobbiamo inventare un nuovo territorio. Dobbiamo far funzionare meglio quello che già esiste. Regione, Comuni, Camera di commercio, università, banche, associazioni imprenditoriali e imprese dovrebbero individuare pochi obiettivi concreti al 2030 e misurarli ogni anno. Occupazione, reddito per abitante, investimenti privati, export, produttività e permanenza dei giovani sul territorio. È su questi numeri che andrebbe giudicato il successo delle politiche economiche. Salerno possiede già quasi tutti i pezzi necessari. La differenza tra una provincia con grandi potenzialità e un territorio realmente competitivo dipenderà dalla capacità di farli finalmente lavorare insieme”.



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