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Iran, la guerra arriva nelle bollette italiane. De Rosa: "Quasi 12 miliardi in 6 mesi sono un problema industriale"
Redazione
28 agosto 2026 08:13
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SALERNO. Secondo le stime CNA, tra marzo e agosto lo shock energetico legato al conflitto ha prodotto per l’Italia un maggiore esborso di circa 11,8 miliardi di euro. Carburanti, elettricità e gas tornano a pesare sulla competitività. Domenico De Rosa, noto imprenditore salernitano e operatore della logistica e dei trasporti, analizza gli effetti sull’economia reale e indica le priorità per evitare che una crisi geopolitica diventi un nuovo freno alla crescita.

Cavaliere De Rosa, quanto pesa realmente sull’Italia il conflitto in Iran? "Il primo elemento da chiarire è che gli 11,8 miliardi non sono un consuntivo dello Stato ma una stima elaborata dalla CNA confrontando il maggiore costo sostenuto per carburanti, energia elettrica e gas con i livelli precedenti alla crisi. L’ordine di grandezza resta però molto rilevante. Parliamo di circa 5,8 miliardi riconducibili a benzina e gasolio, 3,7-3,8 miliardi all’elettricità e altri 2-2,2 miliardi al gas. In appena sei mesi. Il punto che mi preoccupa maggiormente è un altro. Questi costi non rimangono confinati al settore energetico. Entrano nei bilanci delle imprese, nei trasporti, nella produzione industriale, nei servizi e alla fine arrivano al consumatore. Per questo considero l’energia una questione di politica industriale prima ancora che energetica".

Quasi metà del maggiore esborso deriva dai carburanti. Perché la mobilità è così esposta? "Perché una parte enorme dell’economia continua a muoversi su gomma. Nel trasporto merci il gasolio resta una componente essenziale del costo operativo e qualsiasi incremento del prezzo viene moltiplicato per percorrenze e volumi molto elevati. Il problema nasce quando l’aumento avviene rapidamente. Un’impresa di trasporto non può modificare ogni settimana le condizioni economiche dei contratti con i clienti. Se riesce a trasferire il maggiore costo sui noli, questo arriva progressivamente sul prezzo delle merci. Se non riesce a trasferirlo, viene assorbito dal margine dell’impresa. In entrambi i casi qualcuno paga".

A luglio, la domanda di gasolio per autotrazione è diminuita dell’8,4% mentre quella di benzina ha raggiunto circa 900mila tonnellate, il livello più alto degli ultimi 16 anni. Come legge questi dat? "Eviterei una lettura troppo semplice. La diminuzione del gasolio non significa automaticamente che la pressione sui costi stia diminuendo. A luglio il prezzo medio indicato dalla CNA era di 2,027 euro al litro per il gasolio e 1,908 euro per la benzina. La minore domanda di gasolio ha attenuato la spesa complessiva, ma non ha compensato l’aumento dei prezzi. Bisogna inoltre capire cosa accade dietro quel meno 8,4 per cento. Ci sono l’evoluzione del parco veicoli, l’efficienza, le diverse forme di mobilità e naturalmente l’andamento dell’attività economica. Il dato va osservato per alcuni mesi prima di trarne conclusioni sul ciclo industriale".

Anche l’elettricità sta diventando un elemento di pressione. A luglio l’Italia ha registrato un fabbisogno record di 32,5 TWh. "È un dato molto interessante perché dimostra che il sistema economico sta diventando sempre più dipendente dall’elettricità proprio mentre aumenta la volatilità del suo prezzo. A luglio la domanda è cresciuta dell’8,3 per cento rispetto allo stesso mese del 2025, raggiungendo il massimo mensile mai registrato. Le temperature eccezionalmente elevate hanno avuto un peso rilevante. Nello stesso mese le fonti rinnovabili hanno coperto il 41,5 per cento del fabbisogno nazionale e la produzione fotovoltaica è cresciuta del 20,6%. Questo ci dice che la transizione energetica deve procedere insieme alla sicurezza energetica. Aumentare la produzione rinnovabile è necessario, ma servono contemporaneamente reti, accumuli, capacità programmabile e prezzi compatibili con l’industria. Un sistema energetico può essere ambientalmente avanzato, ma se produce energia strutturalmente più cara dei concorrenti mette le proprie imprese in difficoltà".

Il Governo ha mobilitato oltre 2,3 miliardi di euro attraverso riduzioni delle accise, crediti d’imposta e altre misure. È sufficiente? "Serve nell’emergenza, ma non risolve il problema. Se a fronte di uno shock stimato in quasi 12 miliardi dobbiamo intervenire ogni volta con risorse pubbliche, significa che stiamo curando gli effetti senza eliminare la vulnerabilità. Secondo me bisogna costruire meccanismi più automatici per proteggere i settori maggiormente esposti agli shock energetici, favorire contratti energetici di lungo periodo per le imprese, aumentare produzione e accumulo in Italia e ridurre progressivamente l’intensità energetica dei trasporti. Per il nostro settore significa soprattutto più intermodalità ferroviaria e marittima sulle lunghe distanze, lasciando alla strada le tratte nelle quali è realmente più efficiente".

C’è il rischio che questa nuova fiammata energetica torni a spingere l’inflazione... "Il rischio esiste perché l’energia ha una capacità di propagazione molto più ampia rispetto a molte altre materie prime. Aumenta direttamente la bolletta di una famiglia, ma aumenta contemporaneamente il costo di produrre un bene, refrigerarlo, immagazzinarlo e trasportarlo. L’impresa si trova quindi davanti a una scelta difficile. Assorbire l’aumento riducendo il margine oppure trasferirne una parte sul cliente. Nel primo caso diminuiscono capacità di investimento e competitività. Nel secondo aumenta la pressione sui prezzi. È questo il vero effetto di secondo livello che bisogna osservare nei prossimi mesi".

Le piccole imprese rischiano più delle grandi? "In generale sì. Una grande impresa dispone normalmente di maggiore forza contrattuale, strutture finanziarie più articolate e maggiori possibilità di acquistare energia con formule di copertura. La piccola impresa spesso acquista ai prezzi disponibili sul mercato e ha meno spazio per trasferire rapidamente gli aumenti ai clienti. È anche il motivo per cui la CNA considera particolarmente pesante questo shock per il sistema delle PMI. Ma anche le grandi aziende non sono immuni. Quando l’energia rimane cara per un periodo lungo cambia la convenienza stessa a produrre in un Paese rispetto a un altro. Ed è qui che il problema italiano diventa europeo".

Perché europeo? "Perché l’Europa compete con aree economiche che in molti casi dispongono di energia a costi inferiori o di una maggiore autonomia nelle forniture. Se aggiungiamo costi regolatori, investimenti necessari per la decarbonizzazione e maggiore esposizione alle crisi geopolitiche, il differenziale può diventare industrialmente insostenibile. Possiamo avere le migliori politiche climatiche del mondo, ma dobbiamo contemporaneamente mantenere fabbriche, occupazione e capacità tecnologica in Europa. La sostenibilità economica e quella ambientale devono procedere insieme. Altrimenti rischiamo semplicemente di spostare produzioni ed emissioni fuori dai nostri confini".

Cosa dovrebbe fare oggi un’impresa di trasporto per proteggersi da una fase così incerta? "La prima cosa è smettere di considerare il carburante come una variabile marginale del contratto. Le aziende devono utilizzare clausole di indicizzazione trasparenti collegate a parametri ufficiali, controllare con maggiore frequenza la redditività delle singole tratte e lavorare sulla saturazione dei mezzi. Poi bisogna ridurre la dipendenza da una sola modalità di trasporto. Dove i volumi e le distanze lo consentono, intermodalità e multimodalità possono diminuire consumo di carburante per unità trasportata e rendere l’impresa meno esposta alle oscillazioni del petrolio".

Se il conflitto dovesse protrarsi, quale sarebbe il rischio maggiore per l’economia italiana? "Non farei previsioni sul prezzo futuro del petrolio perché in questa fase dipenderebbero soprattutto dall’evoluzione geopolitica. Il rischio che considero più concreto è la persistenza della volatilità. Un’impresa può gestire anche un costo elevato se è relativamente stabile e prevedibile. È molto più difficile investire, fissare prezzi e programmare quando quel costo cambia continuamente. Quasi 12 miliardi di maggiore spesa energetica in sei mesi, se la stima della CNA sarà confermata, devono quindi essere letti come un avvertimento. L’Italia non può continuare a scoprire la propria dipendenza energetica ogni volta che esplode una crisi internazionale. La risposta deve essere costruita prima della prossima emergenza, non durante".



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