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Governo Meloni il più longevo della Repubblica, De Rosa: "Stabilità ha contato, ora deve diventare crescita, produttività e competitività"
Comunicato Stampa
04 settembre 2026 08:25
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SALERNO. Il Governo Meloni è il più longevo nella storia della Repubblica italiana. Per il cavaliere Domenico De Rosa “la stabilità ha contato. Ora deve diventare crescita, produttività e competitività”.

Cavaliere De Rosa, in vista delle elezioni della prossima primavera, quanto ha contato secondo lei la stabilità politica in anni così complessi per l’economia mondiale? “Ha contato molto. E credo che questo vada riconosciuto indipendentemente dalle appartenenze politiche. L’Italia ha attraversato anni caratterizzati dalla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica, dal ritorno dell’inflazione, dall’aumento dei tassi e da tensioni geopolitiche e commerciali che continuano a modificare gli equilibri mondiali. Per chi fa impresa la stabilità non è un concetto astratto. Significa poter programmare investimenti sapendo che l’interlocutore politico e l’indirizzo generale del Paese non cambieranno ogni pochi mesi. Naturalmente la stabilità da sola non basta. Cinque anni di governo sono un valore soltanto se vengono utilizzati per produrre risultati”.

Quale risultato considera più importante? “Direi innanzitutto la percezione complessiva di maggiore affidabilità del Paese. Lo vediamo nell’andamento dello spread, nella tenuta dei conti pubblici, nella crescita dell’occupazione e nella capacità dell’Italia di continuare a esportare. Sono risultati che considero positivi. Non significa che tutti i problemi siano stati risolti e non credo sarebbe utile presentarli in questo modo. Il punto è che l’Italia è riuscita ad attraversare una fase internazionale estremamente difficile mantenendo una certa solidità economica e finanziaria. Considerando da dove partivamo, non era scontato”.

Lo spread è davvero così importante per l’economia reale? “Molto più di quanto normalmente si pensi. Quando cresce il rischio percepito sul debito italiano aumenta il costo del finanziamento dello Stato e questo tende a trasferirsi progressivamente anche sul sistema bancario, sulle imprese e sulle famiglie. Un imprenditore che deve finanziare un impianto, acquistare mezzi o costruire un nuovo stabilimento sente concretamente il costo del denaro. Per un Paese con un debito pubblico come quello italiano la credibilità sui mercati non è quindi una questione riservata alla finanza. Ha conseguenze dirette sull’economia reale”.

L’occupazione è aumentata. Possiamo considerare risolto il problema del lavoro? “Assolutamente no. L’aumento degli occupati e dei contratti a tempo indeterminato è una buona notizia. Ma adesso dobbiamo affrontare il problema successivo, che a mio avviso è ancora più difficile. Dobbiamo aumentare la produttività. Possiamo creare più posti di lavoro, ma se il valore prodotto per ora lavorata cresce lentamente diventa difficile aumentare in maniera stabile i salari, ridurre il debito pubblico e finanziare servizi migliori. Il vero salto che deve fare l’Italia è passare da una politica concentrata prevalentemente sull’occupazione a una politica che metta insieme occupazione, produttività e crescita dei redditi”.

Il tema dei salari sarà centrale nella prossima campagna elettorale. Che cosa può fare concretamente la politica? “Bisogna evitare le scorciatoie. I salari italiani devono crescere. Ma devono crescere in maniera sostenibile. Per farlo dobbiamo permettere alle imprese di produrre più valore attraverso investimenti, tecnologia, automazione, formazione e migliore organizzazione del lavoro. Se aumentiamo soltanto il costo del lavoro senza aumentare la produttività, prima o poi perdiamo competitività. Se invece comprimiamo i salari per essere competitivi, impoveriamo il Paese. La soluzione è produrre più valore e distribuirne una parte maggiore a chi lavora”.

Da imprenditore vede realmente una difficoltà delle aziende nel trovare lavoratori? “Sì, ed è ormai un problema strutturale. Nel nostro settore lo vediamo con gli autisti, ma lo stesso problema riguarda tecnici, manutentori, ingegneri e molte figure specializzate. Abbiamo contemporaneamente persone che cercano lavoro e imprese che non riescono ad assumere. Questa contraddizione dimostra che esiste un problema nel rapporto tra formazione e mercato del lavoro. Scuola, università, formazione professionale e impresa devono tornare a dialogare molto più seriamente. Non possiamo continuare a formare persone senza considerare quali competenze saranno richieste dall’economia nei prossimi dieci o vent’anni”.

Lei lavora nella logistica e nei trasporti. Che cosa vede oggi nell’economia italiana? “La logistica è un osservatorio particolarmente interessante perché anticipa molti fenomeni economici. Prima ancora che alcuni dati vengano pubblicati, noi vediamo se le fabbriche producono di più o di meno, se aumentano le esportazioni, se rallentano i consumi e se una determinata filiera sta perdendo competitività. L’Italia conserva una capacità industriale ed esportatrice molto importante. Ma dobbiamo fare attenzione. Il mondo sta accelerando. Stati Uniti, Cina e India stanno aumentando investimenti e capacità produttiva. L’Europa rischia invece di caricarsi di costi, regolamentazione e tempi decisionali che le imprese concorrenti non hanno. Questo, secondo me, sarà uno dei grandi temi della prossima legislatura”. 

Quindi il problema non riguarda soltanto l’Italia? “Una parte rilevante riguarda l’Europa. Prendiamo l’energia. Un’impresa europea che paga strutturalmente l’energia più di un concorrente americano o asiatico parte già con uno svantaggio competitivo. Lo stesso vale per alcune scelte industriali. Io continuo a sostenere che gli obiettivi ambientali siano necessari, ma credo altrettanto fermamente nella neutralità tecnologica. La politica deve fissare gli obiettivi. Non dovrebbe decidere preventivamente quale tecnologia dovrà vincere. Devono essere innovazione, mercato, costi e risultati a stabilire quali soluzioni funzionano meglio”.

È una critica alle politiche europee sull’automotive? “È soprattutto una critica al metodo. L’automotive europeo ha perso terreno mentre altri Paesi investivano con enorme velocità in batterie, software, semiconduttori, intelligenza artificiale e nuovi sistemi produttivi. Nel frattempo in Europa abbiamo spesso concentrato il dibattito sulle scadenze, sui divieti e sugli incentivi. Il risultato è che oggi dobbiamo recuperare contemporaneamente competitività industriale e capacità tecnologica. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa anche per le prossime transizioni. Gli incentivi possono accompagnare il mercato per un periodo. Non possono sostituirlo permanentemente”.

Anche l’immigrazione sarà uno dei temi delle prossime elezioni. Come la vede dal punto di vista dell’impresa? “Bisogna distinguere chiaramente l’immigrazione irregolare dall’immigrazione economica. Contrastare l’immigrazione clandestina è una responsabilità dello Stato. Allo stesso tempo, dobbiamo prendere atto di un altro dato. L’Italia invecchia e molti settori non trovano lavoratori. Abbiamo quindi bisogno anche di canali di ingresso legali, controllati e collegati alle reali necessità del mercato del lavoro. Non vedo alcuna contraddizione tra controllo delle frontiere e immigrazione economica regolata. Anzi, credo che una politica seria debba fare entrambe le cose”.

Se dovesse indicare ciò che è mancato maggiormente in questi anni, cosa sceglierebbe? “Una crescita più forte. L’Italia ha dimostrato capacità di tenuta. Questo è importante. Ma resistere alle crisi non può diventare il nostro obiettivo economico. Abbiamo un debito pubblico molto elevato, una popolazione che invecchia e una competizione internazionale sempre più aggressiva. Abbiamo quindi bisogno di crescere più velocemente. E per crescere servono imprese che investano. La domanda che la politica dovrebbe porsi continuamente è molto semplice. Quanto è facile oggi per un imprenditore investire in Italia rispetto alla Germania, agli Stati Uniti, alla Cina o alla Spagna? Da quella risposta dipende una parte importante del nostro futuro”.

Pensa quindi che la stabilità possa diventare uno degli argomenti della prossima campagna elettorale? “Credo inevitabilmente di sì. La possibilità di arrivare alla fine di una legislatura con lo stesso governo ha un peso, soprattutto in un Paese che per molto tempo è stato associato all’instabilità politica. Ma alle elezioni non basterà dire che il governo è durato cinque anni. La domanda sarà cosa è stato fatto in quei cinque anni e soprattutto quale progetto viene proposto per i cinque successivi”.

Quale domanda porrebbe allora alle forze politiche che si presenteranno agli elettori? “Chiederei come intendono far crescere l’Italia. Non attraverso qualche decimale occasionale di PIL, ma aumentando stabilmente produttività, investimenti, salari e capacità industriale. Vorrei sapere come intendono ridurre il costo dell’energia, rendere più semplice investire, accelerare le infrastrutture, affrontare la carenza di competenze e difendere la competitività delle nostre imprese in Europa e nel mondo. La stabilità politica è stata importante. Adesso deve produrre la cosa che interessa davvero a chi fa impresa e a chi lavora. Un Paese capace di crescere più velocemente”.



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