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Salerno, Solenne Pontificale per San Matteo: l'omelia di mons. Iannone
Comunicato Stampa
21 settembre 2026 13:27
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SALERNO. Di seguito il testo dell'omelia di S.E. Monsignor Filippo Iannone, Prefetto del Dicastero per i Vescovi, in occasione del Solenne Pontificale celebrato questa mattina, 21 settembre 2026, presso la Cattedrale di Salerno, nell'ambito dei festeggiamenti in onore del Santo Patrono della città, l'Apostolo Matteo.

"Ringrazio S. E. Mons. Bellandi Andrea

Saluto S. E. Mons. Alfonso Raimo Vescovo eletto Terni-Narni-Amelia e monsignor

Nel Vangelo proclamato l’evangelista san Matteo narra il suo primo incontro con Gesù.

Il racconto è pervaso da un senso di sincerità e di umiltà. L’autore ci si presenta mentre è al

banco delle imposte. Si tratta dunque di un pubblicano, uno di quegli esattori di tasse per conto dei

romani che gli zeloti detestavano e i farisei disprezzavano.

«Vidit ergo Iesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me»

«Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore/misericordia e lo

scelse, gli disse: Seguimi».

Queste parole di san Beda (San Beda il Venerabile, Omelia 21) condensano i tratti essenziali di

qualunque vocazione. In ogni chiamata l’iniziativa parte sempre da Dio, che pensa a noi fin

dall’eternità e ci accompagna passo passo. Nel caso di Matteo, è Gesù che passa accanto al posto in

cui stava riscuotendo le imposte. E, vedendolo, decide di chiamarlo senza tanti preamboli. È il

mistero della vocazione. Può darsi che Matteo si sia domandato: perché a me? Perché ora? Ho le

qualità necessarie? Dove mi porterà questa scelta? Egli era un pubblicano, considerato sul piano

sociale un pubblico peccatore. Però la sua storia dimostra che nessuna di tali caratteristiche è

decisiva. Quello che è realmente importante, nel caso di Matteo e in qualunque vocazione, è che sia

avvenuto un incontro personale con Cristo ed è lui che ci invita a collaborare al suo progetto di

salvezza.

Gesù rivolge a Matteo una parola: «Seguimi». Non si tratta solamente di un invito ad

accompagnarlo. Quel imperativo «vuol dire: “Imitami”». Lo ha esplicitato san Paolo nella lettera

agli Efesini: «comportatevi in maniera degna della vocazione ricevuta». E scrivendo ai Corinzi

afferma: «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 10, 31 – 11, 1).

L’obiettivo finale di ogni cristiano rimane Gesù, la cui vita di umiltà, servizio e sacrificio viene

indicata come la via da percorrere.

E fu così che la vita di Matteo trovò il suo pieno compimento. Avrebbe visto tutta la sua

esistenza con occhi nuovi, con una luce che è anche calore e impulso a dare una risposta generosa.

Matteo risponde immediatamente alla chiamata. Il Vangelo dice con grande semplicità che «si

alzò e lo seguì» (Mt 9, 9). I dati sono scarni. Non sappiamo se prima aveva ascoltato il Maestro o se

aveva conversato con lui a Cafarnao, dove viveva e lavorava. Quello che il testo, nella sua

concisione, sottolinea è la prontezza con la quale segue il Signore quando riceve la chiamata a

condividere la sua vita. Qualcosa di molto simile troviamo nel caso di altri apostoli, come Andrea e

Pietro, Filippo e Natanaele o Giacomo e Giovanni (cfr. Gv 1, 40-50; Mt 4, 18-22).

Che cosa mosse quei semplici pescatori e il pubblicano Matteo a seguire Cristo senza indugio?

Non è del tutto facile dare una risposta. Sappiamo poco su chi erano, come la pensavano, quali erano

i loro aneliti e le loro speranze. Comunque nei vangeli appare evidente che Gesù entrò nei loro

cuori. Fece loro provare vivamente l’amore che portava sulla terra. E questa scoperta li riempì di

una gioia indicibile. «Ogni vocazione vera – diceva Papa Francesco – (Udienza 30 agosto 2017)

inizia con un incontro con Gesù che ci dona una gioia e una speranza nuova; e ci conduce, anche

attraverso prove e difficoltà, a un incontro sempre più pieno».

Matteo permise che il suo cuore fosse conquistato da Gesù. Sperimentò che stare con lui dona

una felicità che il mondo non può dare. Probabilmente dopo poche settimane trascorse accanto a

Gesù si rese conto che avrebbe avuto delle difficoltà, perché non tutti ricevevano il Maestro con la

stessa apertura di cuore. Forse avrà percepito i propri limiti e le proprie miserie, che contrastavano

con la missione che Gesù iniziava.

Comunque Matteo preferì la speranza, rifiutando ogni pessimismo; confidò nel fatto che

avrebbe potuto avvalersi del suo amore a Gesù, amore che lo avrebbe purificato e rinnovato

ripetutamente.

«Innamorati di Gesù. Certo, – affermava ancora Papa Francesco –, ci sono prove nella

vita, ci sono momenti in cui bisogna andare avanti nonostante il freddo e i venti contrari,

nonostante tante amarezze. Però i cristiani conoscono la strada che conduce a quel sacro

fuoco che li ha accesi una volta per sempre. […] Coltiviamo sane utopie: Dio ci vuole

capaci di sognare come Lui e con Lui, mentre camminiamo ben attenti alla realtà»

(Francesco, ibid).

Dopo quel primo incontro Matteo decise di organizzare una festa in casa sua. Volle festeggiare

la nuova vita che stava per iniziare invitando i suoi amici perché anche loro conoscessero Gesù.

Molti di loro, come lo stesso Matteo, erano considerati peccatori per la loro collaborazione con le

autorità romane. Perciò, «vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Come mai il vostro

Maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”». Ma Gesù, avendo udito questo, chiarisce il

significato della sua venuta al mondo: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto

infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13).

Colui che si considera giusto sta chiudendo le porte a Dio; invece quello che si riconosce

peccatore lascia che Cristo si avvicini per curarlo. Egli non ci chiede una vita immacolata e senza

errori, ma un cuore contrito e umiliato: questo è il miglior sacrificio che possiamo offrirgli, insegna

il Salmista (cfr. Sal 51, 19).

La reazione dei puritani è immancabile. La stessa che si ebbe nel caso della Maddalena. È lo

scandalo «farisaico». Gesù, con poche parole, pacate, dà ragione della sua condotta, senza irritarsi.

Lo fa ricordando loro quelle parole della Scrittura di cui si vantano conoscitori e osservatori:

«Misericordia voglio, non sacrificio». Alla religione formalistica, esteriore, che tende a ridurre tutto

alle pratiche e ai sacrifici, Dio contrappone il culto vero: quello del cuore, l’amore verso Dio, la

pietà e la misericordia verso i fratelli.

Si chiedeva Papa Francesco, invitando ciascuno di noi a porsi l’interrogativo: «come mi

comporto io con chi sbaglia contro di me? Tengo dentro la cosa e accumulo rancore? “Me la

pagherai”: questa parola, che tante volte viene, “me la pagherai…” Ne faccio motivo di chiacchiere

alle spalle? … Oppure sono coraggioso, coraggiosa, e cerco di parlarci? Prego per lui o per lei»

(Angelus 10 settembre 2023).

È un richiamo sempre attuale – valido anche per noi – all’essenza, contro la tentazione di

riporre tutta la fiducia nelle opere.

Tra i sentimenti del cuore che oggi Gesù esalta c’è, quindi, soprattutto la misericordia, la

comprensione, la capacità di non scandalizzarci, ma di accogliere il fratello e aiutarlo amandolo.

Prima ancora che le parole pronunciate da Gesù, è il fatto che costituisce l’insegnamento più forte:

Gesù siede a tavola con i peccatori, comunica con essi, li ascolta e non si vergogna della loro

compagnia. È una delle immagini più toccanti e più costanti del Vangelo. Nel battesimo, Gesù si

presenta confuso tra i peccatori; sulla croce muore tra due malfattori.

Ora che abbiamo davanti agli occhi l’esempio e il comportamento concreto di Gesù che fa da

cornice, possiamo approfondire anche la sua parola, quella parola che abbiamo già ricordata:

«Misericordia io voglio e non sacrificio».

Non è una parola così semplice da spiegare, come sembra. Se Dio ha detto e se Gesù ha

ripetuto di non volere il sacrificio, come mai la Chiesa, da sempre, ci inculca la necessità del

sacrificio per salvarci? Come mai il sacrificio occupa ancora un posto così importante nell’ascetica e

nella predicazione cristiana? È molto importante, dunque, conoscere qual è la misericordia che Dio

vuole e, soprattutto, qual è il sacrificio che Dio non vuole. Non vuole il sacrificio imposto agli altri e

la misericordia accordata a sé stessi: vuole, al contrario, la misericordia o, come dice Osea, l’amore

per gli altri e il sacrificio — cioè l’esigenza — verso sé stessi.

Sulla misericordia e l’amore per il prossimo abbiamo occasione di riflettere spesso; non così

invece sul sacrificio. Chiediamoci: è conforme o no allo spirito di Cristo l’idea di sacrificarsi?

L’Antico Testamento conosceva solo un tipo di sacrificio: quello degli animali, o dei frutti

della terra: l’olocausto e l’oblazione. Si parla, è vero, in alcuni testi, specie nei salmi, di un sacrificio

di lode, ma, più che altro, in senso traslato. Erano sacrifici che non toccavano la persona, ma

semmai i beni di un uomo. L’idea che un uomo debba sacrificarsi, affliggersi volontariamente,

mortificarsi e imporsi delle privazioni, era piuttosto estranea allo spirito dell’Antico Testamento che

considerava la proprietà, la salute, il benessere come le più evidenti benedizioni di Dio.

Già contro quell’idea di sacrificio, si erano levate voci profetiche: «Mangerò forse la carne dei

tori, berrò forse il sangue dei capri?» (salmo responsoriale). Venne infine Gesù e rovesciò

completamente la situazione. Disse di no al sacrificio di tori e agnelli e disse invece di sì al sacrificio

di sé stessi: «Egli abolisce il primo sacrificio, per stabilirne uno nuovo» (Ebr. 10, 9). L’idea

evangelica di sacrificio è davvero nuova, tutta spirituale e interiore. Nell’epistola agli ebrei si legge

di Cristo che, entrando nel mondo, disse: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo

invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto:

ecco, io vengo — poiché di me sta scritto nel rotolo del libro — per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebr

10, 5-7).

Gesù ha inaugurato un sacrificio nuovo, quello con cui si consuma sull’altare della volontà di

Dio il proprio corpo, cioè sé stessi. Egli ne ha dato l’esempio: all’agnello pasquale preso dal gregge,

ha sostituito sé stesso, come vero Agnello di Dio. In questo senso, tutta la sua vita fu croce e

martirio (Imitazione di Cristo). La salvezza dell’umanità è scaturita da questo nuovo sacrificio: «Ed

è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di

Cristo» (Ebr. 10, 10).

Il suo sacrificio Gesù l’ha offerto una volta per tutte (Ebr. 10, 12); di esso, nella Messa, noi

facciamo memoria. Ma resta da compiere anche il nostro sacrificio, cioè il sacrificio del corpo che è

la Chiesa: resta da compiere «quello che manca alla sua passione» (Col. 1, 24). Questo sacrificio

Gesù non solo non lo abolisce, ma dice che senza di esso non si entra nel regno: «Chi non rinnega se

stesso…»; e san Paolo: «Vi esorto a offrire i vostri corpi in sacrificio spirituale a Dio gradito» (Rom.

12, 1). Senza dire di no a certe insaziabili esigenze del nostro corpo, non si diventa spirituali; si resta

carnali, insegna ancora l’apostolo delle genti.

Ma non solo il corpo. Se il sacrificio per eccellenza è «fare la volontà di Dio», è sull’interno

che si deve insistere, sul sacrificio dell’«io» egoista ed orgoglioso, che abita purtroppo in ognuno di

noi, che si oppone a Dio e mortifica e offende i fratelli. È dentro di noi, soprattutto, che dobbiamo

cercare la vittima da sacrificare. Il sacrificio perfetto è quello che comincia con la conversione del

cuore: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi»

(Sal. 50, 19).

Questo sacrificio, così concepito, non appare più come l’opposto dell’amore e della

misericordia; spiana, invece, ad essi la via. Solo chi è giunto a saper resistere a sé stesso, a darsi

qualche volta torto, a dirsi qualche «no», di solito è pronto a dare ragione, a dire di sì al fratello, a

comprenderlo, a perdonarlo, a usare, insomma, misericordia con lui. Il cristiano non si sacrifica mai

in astratto, tanto per sacrificarsi; si sacrifica sempre per qualcuno, a beneficio di qualcuno,

esattamente come Cristo che si è dato in sacrificio «per noi». I santi più austeri con sé stessi erano i

più dolci e generosi con gli altri. Così, prima di tutti i santi, ha fatto Gesù stesso: egli passò quaranta

giorni nel deserto digiunando e, forse, anche in seguito si contentò di mangiare quanto capitava e

quello che capitava. Ma andò a pranzo da Matteo per far piacere a lui e agli amici e far loro dono

della sua misericordia.

Abbiamo parlato del sacrificio di Cristo e di quello del credente. Le due cose non restano

staccate e senza nesso. Se così fosse il nostro sacrificarci resterebbe soltanto un esercizio ascetico,

per quanto salutare. Il momento dell’incontro tra i due sacrifici — quello di Cristo e quello della

Chiesa — è, appunto, la Messa che stiamo celebrando. Qui le goccioline d’acqua dei nostri sacrifici

si fondono con «il sangue versato sulla croce» in un unico sacrificio, il sacrificio della nostra

riconciliazione, con Dio e tra di noi. Cristo fa anche di noi un’Eucaristia per il Padre e per il mondo.

Celebrando l’eucarestia, in questo giorno particolarmente solenne, non dimentichiamo la scena

contemplata nel Vangelo: Gesù che siede a mensa con i peccatori, che parla e mangia con loro. Essa

si ripete ora nella nostra assemblea: egli siede a mensa con noi che siamo peccatori, come fece nella

casa di Matteo. Ci ha dato la sua parola di vita e ora ci spezza il suo pane: il pane che ci dona, non lo

scordiamo, è il suo corpo «offerto in sacrificio per noi».

Cari fratelli e sorelle, la Parola di Dio e l’esempio dell’apostolo ravvivi anche in noi e nelle nostre

comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo, nei

fatti e non solo a parole. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta

gettare le reti con fede, il Signore fa il resto. Confidiamo anche nell’intercessione della Vergine

Maria, Regina degli Apostoli. Alla chiamata del Signore, Ella, ben consapevole della sua

piccolezza, rispose con totale affidamento: «Eccomi». Col suo materno aiuto, rinnoviamo la nostra

disponibilità a seguire Gesù, Maestro e Signore, come fece Matteo".



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