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Difesa unica europea, De Rosa: "L’Italia non ceda a Bruxelles il potere di decidere sulla propria sicurezza"
Comunicato Stampa
02 ottobre 2026 14:29
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SALERNO. Il noto imprenditore salernitano Domenico De Rosa mette in guardia sul trasferimento di nuove competenze all’Unione europea mentre la spesa militare dei Paesi UE continua a crescere: “Possiamo investire e cooperare molto di più, ma cedere il potere di decidere è un’altra cosa. Sulla difesa il governo italiano deve essere estremamente prudente. È uno dei baluardi della Repubblica”.

Mentre si discute sempre più apertamente di difesa europea, i numeri mostrano una crescita molto forte della spesa militare. Che lettura ne dà? “È proprio dai numeri che partirei. La spesa per la difesa dei Paesi dell’Unione è passata da 343 miliardi di euro nel 2024 a 418 miliardi nel 2025. Parliamo di circa 75 miliardi in più in un solo anno. È una crescita enorme e credo che debba farci porre una domanda prima ancora di discutere di nuove architetture istituzionali europee. Stiamo aumentando le risorse per rendere più sicuri i nostri Paesi oppure stiamo anche preparando un progressivo trasferimento a Bruxelles del potere di decidere sulla loro difesa? Per me sono due questioni completamente diverse. Sono favorevole a spendere meglio, a coordinare gli investimenti, a costruire insieme tecnologie e capacità che oggi sono troppo frammentate. Ma non considero affatto automatico che a una maggiore spesa comune debba corrispondere anche una maggiore cessione di sovranità. Ed è su questo che vorrei vedere l’Italia molto attenta”.

Lei arriva a questa discussione da imprenditore. Quanto incide la sua esperienza nel giudizio che oggi dà sull’Europa? “Incide moltissimo. Io non guardo l’Europa da un osservatorio teorico. La incontro ogni mattina quando entro in azienda. La vedo nelle regole che dobbiamo applicare, nei costi che dobbiamo sostenere, negli investimenti che dobbiamo decidere e nei mercati sui quali dobbiamo competere. Da imprenditore ho imparato che ogni decisione deve essere misurata sulle conseguenze. Le intenzioni possono essere ottime, ma alla fine bisogna vedere cosa accade nella realtà. Ed è proprio la realtà che negli ultimi anni mi ha reso più critico. Continuo a credere nell’Europa. Ma credo sempre meno nell’idea secondo cui per avere un’Europa più forte dobbiamo necessariamente trasferire sempre più competenze dagli Stati a Bruxelles. Per me, questo automatismo va interrotto”.

Che cosa la preoccupa maggiormente? “Mi preoccupa vedere il potere allontanarsi progressivamente dal luogo nel quale i cittadini possono riconoscere con chiarezza chi decide e chi deve rispondere delle decisioni. Per il lavoro che faccio vivo quotidianamente le conseguenze delle scelte pubbliche. Quando cambia una regola io non la vedo semplicemente pubblicata su un documento. La vedo nei costi dell’azienda, nell’organizzazione del lavoro, negli investimenti che posso fare e qualche volta in quelli che devo rinviare. Per questo non riesco ad accettare con leggerezza l’idea che la soluzione a ogni problema sia trasferire un’altra competenza a Bruxelles. Prima voglio sapere perché. Voglio sapere quale vantaggio avrà l’Italia. E soprattutto voglio sapere quale potere resterà nelle mani dello Stato italiano”.

Quindi, secondo lei, l’Italia dovrebbe essere più prudente nel cedere competenze all’Europa? “Molto più prudente. Non considero una cessione di competenza un fatto tecnico. Quando uno Stato trasferisce un potere, cambia anche il luogo nel quale vengono assunte decisioni che riguardano i suoi cittadini. Da imprenditore conosco bene il valore della delega. Ma so anche che prima di delegare una responsabilità bisogna essere certi di ciò che si sta cedendo, delle regole con cui verrà esercitata e del modo in cui sarà possibile controllarla. Con uno Stato la questione è ancora più delicata. Una competenza ceduta oggi può diventare una sovranità perduta domani. Ed è questo il punto sul quale vorrei vedere molta più attenzione anche nel dibattito italiano".

Il tema della difesa unica europea la preoccupa più degli altri? “Sì. Senza alcun dubbio. Sulla difesa io sento un limite molto più profondo. Sono un imprenditore, ma prima ancora sono un cittadino italiano. Ho un rapporto fortissimo con il mio Paese, con la Repubblica e con le sue istituzioni. Quando parliamo di difesa non stiamo discutendo di una direttiva economica o di una procedura amministrativa. Stiamo parlando del potere di uno Stato di proteggere se stesso, i propri cittadini e i propri interessi. Per questo dico al governo italiano di fare molta attenzione. La cooperazione europea è una cosa. La perdita della competenza nazionale sulla difesa è qualcosa di completamente diverso”.

Teme che una difesa unica europea possa togliere all’Italia una parte essenziale della propria sovranità? “È esattamente il rischio sul quale credo che dobbiamo interrogarci prima, non dopo. Io non voglio svegliarmi tra qualche anno e scoprire che, attraverso una serie di passaggi apparentemente tecnici, abbiamo progressivamente trasferito altrove il potere di assumere decisioni che considero proprie della Repubblica. Per me la difesa è uno dei suoi baluardi. Possiamo condividere tecnologie, sistemi, investimenti, ricerca, capacità industriali e coordinamento operativo. Ma poi arriva il momento nel quale qualcuno deve decidere. Chi decide se impiegare i nostri militari? Chi decide quale interesse debba essere difeso? Chi assume davanti agli italiani la responsabilità politica delle conseguenze? Sono domande enormi… E io non accetterei mai che venissero liquidate come un semplice passaggio necessario verso una maggiore integrazione europea”.

Non rischia, però, di essere una posizione troppo nazionale in una fase nella quale l’Europa cerca maggiore unità? “Io non vedo alcuna contraddizione tra essere profondamente europei e voler conservare una forte sovranità nazionale. Anzi, personalmente credo in un’Europa forte proprio perché composta da Stati forti. Non credo nell’idea secondo cui per avere più Europa dobbiamo necessariamente avere meno Italia. Questa impostazione non mi convince. Voglio un’Italia che cooperi, che costruisca alleanze, che condivida progetti industriali e che abbia un ruolo importante in Europa. Ma voglio anche un’Italia che sappia dire con chiarezza quali competenze considera proprie. E sulla difesa, per quanto mi riguarda, siamo davanti a una delle competenze che definiscono la stessa natura dello Stato”.

Quindi non è contrario a una maggiore integrazione militare europea? “Sono favorevole a tutto ciò che rende l’Europa e l’Italia più sicure. Sono favorevole alla collaborazione industriale, alla ricerca comune, alla capacità di acquistare insieme e a un maggiore coordinamento tra i Paesi. Ma non bisogna confondere gli strumenti con il potere politico. Possiamo costruire strumenti comuni senza necessariamente trasferire ogni decisione a un unico centro europeo. Io continuo a farmi una domanda molto semplice. Chi decide? Perché in azienda ho sempre seguito un principio che considero valido anche qui. Chi ha il potere di decidere deve avere anche la responsabilità di rispondere delle conseguenze. Se allontaniamo il potere dai cittadini e rendiamo sempre più difficile capire chi sia responsabile delle decisioni, abbiamo un problema democratico”.

È questo che teme quando parla di cessione di sovranità? “Sì. E voglio essere molto chiaro. Io rispetto chi immagina un futuro federale dell’Europa. È una posizione politica che ha piena dignità. Ma deve essere dichiarata apertamente. Se l’obiettivo è arrivare progressivamente a uno Stato europeo che assorba competenze oggi esercitate dagli Stati nazionali, bisogna dirlo agli italiani. Non si può arrivare a un cambiamento di questa portata attraverso una sommatoria di singole cessioni presentate ogni volta come tecniche o inevitabili. Una competenza oggi, un’altra domani e poi un’altra ancora. Alla fine rischiamo di accorgerci che abbiamo cambiato profondamente l’equilibrio dello Stato senza avere mai affrontato apertamente la domanda principale. Quanto potere vogliamo ancora che resti all’Italia?”.

Da imprenditore, che Europa vorrebbe? “Vorrei un’Europa molto più concreta e molto meno attratta dalla centralizzazione. Quando apro un’azienda al mattino devo pensare al costo dell’energia, alle persone, agli investimenti, alle infrastrutture, ai clienti e alla capacità di competere. È questa l’Europa che conosco. Per questo vorrei che Bruxelles si concentrasse con maggiore forza sulle grandi questioni nelle quali la dimensione europea può davvero fare la differenza. Industria, energia, tecnologia, infrastrutture, commercio internazionale. Non credo invece che il successo dell’Europa possa essere misurato dal numero delle competenze trasferite dagli Stati alle istituzioni europee. Un’Europa più centralizzata non è automaticamente un’Europa più forte”.

Cosa direbbe oggi direttamente al governo italiano? “Di fermarsi a valutare con estrema attenzione ogni ulteriore cessione. Soprattutto sulla difesa. Oggi stiamo mettendo sul tavolo centinaia di miliardi e la stessa EDA indica che, mantenendo l’attuale tendenza, la spesa dei Paesi europei potrebbe arrivare fino a 547 miliardi di euro entro il 2029. Questo rende ancora più importante capire chi controllerà queste risorse e, soprattutto, chi avrà il potere politico di decidere. Non bisogna avere paura dell’Europa. Ma non bisogna nemmeno avere paura di difendere le prerogative dell’Italia quando riguardano il cuore stesso dello Stato. Possiamo cooperare molto più di quanto facciamo oggi. Possiamo costruire insieme. Possiamo condividere investimenti e capacità. Ma esiste una soglia oltre la quale la cooperazione diventa trasferimento di sovranità. E quella soglia deve essere riconosciuta e discussa dagli italiani”.

Qual è allora la sua posizione sulla difesa unica europea? “La mia posizione è molto semplice. Europa della difesa sì. Perdita della competenza italiana sulla difesa no. Voglio un’Europa capace di proteggerci meglio, ma non voglio che per costruirla l’Italia rinunci senza un dibattito chiaro a uno dei poteri che definiscono la responsabilità stessa dello Stato. La sicurezza della Repubblica non è una competenza qualsiasi. E quando parliamo di sovranità, alcune decisioni non possono essere prese per abitudine, per inerzia o semplicemente perché sembra essere quella la direzione della storia. Devono essere scelte consapevolmente. Perché una volta ceduto il potere di decidere, potrebbe essere molto difficile riprenderselo. Il riferimento ai 547 miliardi entro il 2029 è contenuto nell’ultimo aggiornamento EDA del 30 settembre 2026”.



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