Cronaca
3 CASI
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Carte d’identità “decapitate” di microchip: la nuova frontiera criminale scoperta nel Napoletano
Comunicato Stampa
03 ottobre 2026 08:25
Eye
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ACERRA. La nuova frontiera della falsificazione. Documenti apparentemente integri ma privati del componente elettronico. Si valuta anche il possibile riutilizzo dei chip nelle frodi d’identità.

Non è più soltanto una curiosa anomalia riscontrata durante un controllo. Ad Acerra il fenomeno delle carte d’identità elettroniche private del microchip sembra assumere una dimensione che merita attenzione. Quello emerso nelle ultime ore è, infatti, il terzo caso registrato in pochi giorni sul territorio, con una dinamica che presenta un elemento comune. Il chip della CIE risulta rimosso con un taglio estremamente preciso, incompatibile con un normale deterioramento accidentale.

 

L’ultimo episodio è stato accertato dai Carabinieri della Stazione di Acerra nel corso di un servizio di controllo del territorio. Un uomo è stato denunciato perché trovato in possesso di una carta d’identità alla quale era stato asportato il microchip. Il documento è stato sequestrato e la vicenda è stata segnalata all’autorità giudiziaria.

 

Ed è proprio quel piccolo componente elettronico, quasi invisibile sulla superficie della carta, a rappresentare oggi il punto centrale della vicenda.

Dal “complotto del microchip” a un possibile problema di sicurezza. 

Per anni la rimozione del chip dalle carte elettroniche è stata associata, soprattutto sui social, alle teorie sul presunto controllo digitale dei cittadini, al timore di essere “tracciati” o a fantasiose interpretazioni sulle funzioni della CIE. Ma gli episodi scoperti dalle forze dell’ordine, non solo nel napoletano ma in tutta Italia, raccontano una storia diversa e molto più concreta.

La Carta d’Identità Elettronica non è soltanto una tessera con fotografia e dati anagrafici. Il microprocessore costituisce una componente fondamentale dei sistemi di sicurezza e di identificazione digitale. Il chip contiene dati personali e biometrici e consente l’autenticazione digitale e l’accesso a servizi online. 

La sua asportazione, quindi, altera materialmente il documento e può renderlo inutilizzabile per le verifiche elettroniche.

E qui si apre il capitolo più delicato. Perché qualcuno dovrebbe togliere il chip?

Le ipotesi sono diverse e non necessariamente riconducibili allo stesso fenomeno.

C’è chi può farlo per convinzioni personali legate alla privacy o al timore di essere sottoposto a forme di controllo digitale. Ma si stanno guardando anche altre possibilità tra cui l’utilizzo illecito dei chip originali.

Un microchip proveniente da una CIE autentica è associato a un’identità reale. La possibilità che componenti elettronici originali vengano sottratti e successivamente utilizzati nell’ambito di documenti contraffatti è una delle piste che non può non essere presa in considerazione.

Il chip - rimosso in modo chirurgico - potrebbe diventare una sorta di “pezzo di ricambio” per costruire identità contraffatte più credibili.

Le indagini sono in corso e non è possibile affermare che i tre casi di Acerra siano collegati tra loro, né che i chip rimossi siano stati effettivamente rivenduti o utilizzati per realizzare documenti falsi.

 

Il rischio più concreto e certamente più oggettivo è senz’altro il furto dell’identità. 

In altri termini, il problema non sarebbe necessariamente soltanto “falsificare una carta”, ma costruire o utilizzare un’identità apparentemente credibile sfruttando dati e componenti autentici mettendo a rischio finanziamenti, apertura di rapporti contrattuali, attivazione di servizi o altri procedimenti nei quali l’identità della persona costituisce l’elemento fondamentale.

Naturalmente, la semplice rimozione del chip non consente automaticamente di compiere una frode e non significa che ogni CIE manomessa sia stata utilizzata a questo scopo. Proprio la possibilità di indebolire uno dei livelli di verifica dell’identità, però, rende il fenomeno meritevole di attenzione da parte dei carabinieri. 

 

Un fenomeno che non riguarda soltanto Acerra. In tutta Italia sono diversi gli episodi. 

Il dettaglio che insospettisce è che non sembra un incidente. È proprio la modalità dell’asportazione a rappresentare uno degli elementi più interessanti.

Il chip non si trova semplicemente “incollato” sulla carta. La CIE è un documento tecnologicamente strutturato e il microprocessore fa parte del sistema di sicurezza del supporto.

Il terzo episodio in pochi giorni ad Acerra non dimostra, da solo, l’esistenza di una rete criminale. Ma tanto basta per aumentare il livello di attenzione.



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