Giudiziaria
POSSESSO ILLEGALE DI ARMI
POSSESSO ILLEGALE DI ARMI
Capaccio Paestum, presunto patto politico mafioso: ridotte in appello condanne a De Cesare jr e Cosentino
Antonio Vuolo
03 novembre 2026 12:09
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CAPACCIO PAESTUM. Sconto di pena agli esponenti del cosiddetto ‘gruppo di Baronissi’ coinvolti nell’indagine sul presunto scambio elettorale politico-mafioso, a Capaccio Paestum, in occasione delle Amministrative 2019. Nello specifico, la Corte d’Appello di Salerno ha comminato le seguenti pene: 2 anni e 4 mesi per Vincenzo De Cesare e 3 anni e 4 mesi ad Antonio Cosentino per il reato di detenzione e porto illegale di armi, munizioni ed esplosivi.

Il 19 marzo scorso, in primo grado con rito abbreviato, De Cesare (assistito dall’avv. Pierluigi Spadafora) era stato condannato a 2 anni e 8 mesi, mentre Cosentino (difeso dall’avv. Antonio Mondelli) a 4 anni.

Tra le armi rinvenute in possesso dei due e sequestrate figuravano diversi fucili mitragliatori Kalashnikov, mitragliette Uzi, due pistole cal. 357, una Smith&Wesson cal. 38, tre pistole di diverso calibro, un’arma storica a raffica, una pistola monocolpo a penna e un’arma da sparo con mirino, tutte con relativo munizionamento.

Nel corso delle investigazioni, emerse che tali armi servirono anche per mettere in atto l’omicidio aggravato dal metodo mafioso di Michele Squillante ed Angelo Genovese, noto esponente dell’omonimo clan operante in Baronissi e zone limitrofe, da parte del pregiudicato Domenico De Cesare, già detenuto in carcere, accusato di aver puntato un’arma da fuoco ad altezza d’uomo nei confronti dei due rivali, fallendo il brutale assassinio solo perché l’arma si bloccò al momento dello sparo, avendo dimenticato di togliere la sicura. 

I baronissesi Domenico De Cesare, suo figlio Vincenzo e il complice Antonio Cosentino sono stati coinvolti nell’indagine sul presunto patto elettorale politico-mafioso tra l’allora sindaco Franco Alfieri e l’imprenditore pregiudicato Roberto Squecco in quanto quest’ultimo si rivolse a loro per pianificare un attentato dinamitardo nei confronti di Alfieri, reo di non aver onorato la promessa di non abbattere il lido Kennedy, di proprietà della famiglia Squecco, in cambio dei voti promessi alle Comunali 2019 facendo candidare sua moglie, Stefania Nobili, anche lei finita poi a processo con Alfieri, Squecco, l’ex vigile urbano Antonio Bernardi e l’ex addetto al cimitero Michele Pecora.



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