INDAGINE DELLA PROCURA

Sfiducia a Palumbo, indagati 6 consiglieri e Greco: Cirone e Rinaldi incorruttibili

Alfonso Stile
20 novembre 2021 00:03

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CAPACCIO PAESTUM. Sfiducia al sindaco Palumbo, in cambio di denaro, per non aver ottenuto appalti pubblici in affidamento a Capaccio Paestum. Sono in tutto 8 gli indagati nell’ambito dell’indagine condotta dal pm Francesca Saccone della Procura della Repubblica di Salerno: oltre all’imprenditore Roberto D’Angelo di Roccadaspide, coinvolti anche il funzionario comunale Carmine Greco, l’allora presidente del Consiglio comunale Carmelo Pagano e gli ex consiglieri Fernando Maria Mucciolo, Alfonsina Montechiaro, Pasquale Accarino, Angelo Merola e Francesco Petraglia.

Si tratta, dunque, dell’ex presidente dell’assise civica e dei 5 consiglieri, definiti ‘dissidenti’ e poi riunitisi nel gruppo ‘Laboratorio Politico’, i quali, dopo essere stati eletti nelle liste di Palumbo, passarono dalla maggioranza all’opposizione, decretando anzitempo la sfiducia al primo cittadino con le loro firme, unite a quelle della minoranza. A loro carico, la Procura salernitana, diretta dal procuratore capo Giuseppe Borrelli, ha contestato i reati di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e turbata libertà degli incanti, in concorso, con l’aggravante del ruolo pubblico ricoperto. 

Nello specifico, il pm aveva chiesto la custodia in carcere per D’Angelo (indagato per istigazione alla corruzione in concorso con i 6 consiglieri e per turbata libertà degli incanti in concorso con gli stessi consiglieri), gli arresti domiciliari per Pagano ed Accarino, il divieto di dimora a Capaccio Paestum per Greco (indagato solo per turbata libertà degli incanti), Petraglia, Merola e la Montechiaro. Richieste di misure cautelari, però, rigettate dal gip del Tribunale di Salerno, Francesco Guerra, il quale ha ristretto il solo D’Angelo ai domiciliari derubricando il reato ipotizzato di corruzione a quello di istigazione alla corruzione. A questo punto, la Procura potrebbe chiedere, in sede di Riesame, di rivedere le posizioni di tali indagati, che avranno ora facoltà di farsi interrogare o presentare memorie difensive, a propria discolpa, al pm inquirente.

LA GENESI DELL’INDAGINE E GLI APPALTI AL CENTRO DELL’INCHIESTA - Ad innescare l’azione della magistratura sono le pesantissime dichiarazioni che Palumbo, in una drammatica conferenza stampa convocata in una Sala Erica gremita, e trasmessa in diretta su StileTV, il pomeriggio del 24 dicembre del 2018, ovvero solo poche ore dopo aver appreso di essere stato sfiduciato: “Soldi per la mia testa, per farmi fuori - tuonò il primo cittadino - l’unica colpa è stata quella di aver alzato un muro tra me e coloro che perseguivano interessi personali, di non essermi piegato a logiche affaristiche che mai mi sono appartenute; sarò ancora in campo, pronto a stanare nefandezze ed a parlare con la Procura, contro i traditori del popolo che, ancora una volta, hanno venduto Capaccio Paestum al miglior offerente”.

Sono due gli appalti pubblici sui quali poggia l’intero impianto accusatorio, sulla scorta delle articolate indagini svolte dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Salerno, durate circa due anni: quello per la riqualificazione di Via Magna Graecia (6,5 milioni di euro) e la valorizzazione dell’ex complesso turistico Hera Argiva alla Laura. Secondo la Procura, D’Angelo avrebbe tentato di farli aggiudicare entrambi alla propria impresa di costruzioni avente sede a Roccadaspide, tentando di corrompere consiglieri e tecnici comunali con cospicue mazzette.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, nel corso di una cena in un ristorante di Giungano l’imprenditore rocchese avrebbe promesso una percentuale del 10% ai consiglieri di maggioranza poi divenuti ‘dissidenti’ in cambio del loro aiuto per ottenere l’aggiudicazione del milionario appalto di Via Magna Graecia, anche attraverso la nomina a rup dell’ing. Carmine Greco, in passato già responsabile di gare d’appalto a Capaccio Paestum aggiudicate alla società di D’Angelo, come quello per le fognature. Anche per la valorizzazione del compendio turistico alla Laura, D’Angelo avrebbe offerto 50mila euro per ottenerne l’affidamento.

PALUMBO, CIRONE E RINALDI INCORRUTTIBILI – Piani affaristici che, secondo la Procura, saltano allorquando Palumbo, avvertendo strane manovre e pressioni continue al riguardo, decise autonomamente di cambiare il rup per la gara di Via Magna Graecia, affidando l’incarico all’ing. Gianvito Bello. Anche alla Laura la situazione si complica per l’incorruttibilità del funzionario Antonio Rinaldi, responsabile della procedura d’appalto, al quale D’Angelo avrebbe offerto 50mila euro per pubblicare il bando durante le feste di Natale per ottenere un vantaggio sui concorrenti: cifra che Rinaldi rifiuta, opponendosi ed espletando la gara correttamente.

Tra i dissidenti, D’Angelo cerca di arruolare anche un altro consigliere, Giovanni Cirone, che però non si lascia corrompere da due laute offerte in denaro. La prima, 150mila euro, in cambio di un’intermediazione diretta per ‘indirizzare’ l’appalto di Via Magna Graecia; la seconda, 50mila euro, in cambio della sua firma per sfiduciare Palumbo, reo di non aver esaudito le sue richieste corruttive dopo il sostegno ricevuto, invece, in campagna elettorale. 

Ma Cirone non cede, non si lascia nemmeno tentare, dice no restando fedele al ‘suo’ sindaco ed ai propri principi morali. La sua sarebbe stata una firma decisiva, l’ultima necessaria per defenestrare Palumbo: ci pensò poi l’ex consigliere Pasquale Mazza (non coinvolto nell’indagine) ad apporla, mandando a casa anzitempo un primo cittadino, ormai moribondo, il giorno della vigilia di Natale.

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