Economia
L'OPINIONE
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Impennata di petrolio e gas, De Rosa: "Energia cara e tassi più alti, l’Europa rischia di frenare due volte la propria economia"
Comunicato Stampa
11 settembre 2026 11:27
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SALERNO. “Il petrolio sopra i 100 dollari e il gas oltre gli 80 euro aumentano già i costi delle imprese. Questa settimana a BCE ha alzato ancora i tassi per contrastare l’inflazione. Ma se l’inflazione nasce soprattutto dall’energia, rendere più caro anche il denaro rischia di colpire investimenti e crescita senza intervenire sulla causa del problema”: questo il commento del cavaliere Domenico De Rosa sull’impennata del greggio, con il quale abbiamo approfondito la situazione.

Il Brent ha superato i 100 dollari al barile e il gas europeo è tornato sopra gli 80 euro per megawattora. Siamo davanti a una nuova crisi energetica? “Siamo certamente davanti a una fase di forte tensione. Se questi livelli dovessero consolidarsi, il problema diventerebbe molto più serio perché petrolio e gas stanno aumentando contemporaneamente e gli effetti arrivano direttamente sull’economia reale. Quando il Brent supera i 100 dollari non aumenta soltanto il prezzo alla pompa. Crescono i costi del trasporto, della logistica, della produzione industriale e di molte materie prime. Il gas incide nello stesso momento sul costo dell’energia e quindi sulla competitività di una parte importante dell’industria europea. Le imprese possono assorbire questi aumenti solo per un periodo limitato. Se diventano strutturali, inevitabilmente una parte viene trasferita sui prezzi finali. È questo il passaggio attraverso il quale uno shock energetico può diventare inflazione”.

Quanto pesa questa situazione sul settore dei trasporti? “Moltissimo. Nel trasporto il carburante è una componente diretta del costo industriale. Un aumento rapido del petrolio può modificare in poche settimane gli equilibri economici sui quali sono stati costruiti contratti destinati magari a durare diversi anni. Per esperienza, esiste inoltre quasi sempre un ritardo tra il momento in cui il carburante aumenta e quello nel quale questo maggiore costo viene riconosciuto attraverso le tariffe o i meccanismi di adeguamento. In quel periodo la differenza viene finanziata dall’impresa di trasporto. Se il petrolio dovesse rimanere stabilmente sopra i 100 dollari, molte aziende saranno costrette a rivedere tariffe, clausole carburante e condizioni contrattuali. Non sarebbe naturalmente una scelta commerciale. Sarebbe la conseguenza dei nuovi costi”.

Cavaliere, il rischio principale è quindi un nuovo aumento dell’inflazione? “È uno dei rischi maggiori. L’Europa stava cercando di riportare l’inflazione verso livelli compatibili con una maggiore stabilità monetaria. Un nuovo shock energetico modifica il quadro perché agisce direttamente sui costi di produzione. Bisogna però distinguere due fenomeni. Un conto è un’inflazione determinata da una domanda eccessiva. Un altro è un’inflazione prodotta dall’aumento improvviso dell’energia o da una riduzione dell’offerta. Sono due fenomeni diversi e non penso sia corretto affrontarli automaticamente con gli stessi strumenti”.

Questa settimana la Banca centrale europea ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50 per cento. Condivide questa scelta? “Ho forti perplessità. Comprendo perfettamente il mandato della BCE e la necessità di mantenere sotto controllo l’inflazione. Ma prima di scegliere la cura bisogna capire da dove arriva l’inflazione che vogliamo combattere. Oggi una parte importante della pressione sui prezzi arriva dall’energia. Il petrolio è sopra i 100 dollari e le tensioni sugli approvvigionamenti internazionali restano elevate. La BCE ha deciso comunque di aumentare i tassi di 25 punti base, il secondo rialzo dell’anno. Il punto che pongo è molto semplice. Un aumento dei tassi non produce un barile di petrolio in più e non aumenta le disponibilità di gas”.

Perché considera particolarmente delicata questa combinazione tra energia e tassi? “Perché l’impresa rischia di essere colpita due volte. Prima aumenta il costo dell’energia. Si paga di più il carburante, l’elettricità, il trasporto e, direttamente o indirettamente, molte materie prime. Poi, per contrastare l’inflazione generata da questi aumenti, cresce il costo del denaro. Diventano più onerosi gli investimenti, il capitale circolante, i leasing, i finanziamenti e l’accesso al credito. A quel punto abbiamo contemporaneamente un aumento dei costi industriali e dei costi finanziari. È proprio questa combinazione che considero molto pericolosa per l’economia europea”.

Cavaliere De Rosa, sta quindi dicendo che la BCE sta utilizzando uno strumento sbagliato? “Non direi che lo strumento sia sbagliato in assoluto. La questione è capire quanto sia efficace rispetto alla causa dell’inflazione. Se abbiamo un’economia surriscaldata, consumi troppo forti e una domanda nettamente superiore alla capacità produttiva, aumentare i tassi può avere una logica evidente. Si rende il credito più costoso e si raffredda la domanda. Ma se lo shock arriva chiaramente dall’offerta energetica, la politica monetaria può ridurre i consumi ma non può risolvere il problema che ha provocato l’aumento dei prezzi. Il rischio è quindi quello di combattere un’inflazione da offerta comprimendo ulteriormente la domanda”.

La BCE potrebbe però sostenere che deve evitare che lo shock energetico si trasferisca stabilmente al resto dell’economia… “È un’obiezione corretta e va riconosciuta. Uno shock energetico può partire dal petrolio e dal gas e successivamente trasferirsi ai trasporti, ai prodotti industriali, ai servizi e infine ai salari. Una banca centrale ha il dovere di evitare che questo processo renda l’inflazione persistente. La mia perplessità riguarda la misura della risposta. Se per impedire questa trasmissione rendiamo contemporaneamente molto più costosi gli investimenti, rischiamo solo di indebolire proprio quelle imprese alle quali stiamo chiedendo di innovare, aumentare la produttività e affrontare la transizione energetica”.

Quale effetto può avere tutto questo sulle famiglie? “Il meccanismo è simile. L’energia più cara aumenta direttamente le spese delle famiglie e indirettamente il costo di molti beni e servizi. L’aumento dei tassi rende poi più costosi mutui e finanziamenti e può ridurre la propensione agli acquisti. Si crea quindi una pressione da entrambe le parti. Aumentano alcuni costi mentre diminuisce la capacità di spesa. Se questa situazione dovesse durare, il rischio non sarebbe soltanto un’inflazione più elevata. Avremmo anche un indebolimento della domanda interna”.

Cavaliere, anche i mercati finanziari stanno mostrando forte nervosismo. È una reazione eccessiva? “Non credo. I mercati stanno cercando di capire quanto dureranno le tensioni e soprattutto quale sarà il loro impatto sulle forniture energetiche. Quando vengono coinvolte aree decisive per i flussi mondiali di petrolio e gas, il prezzo incorpora inevitabilmente anche il rischio di quello che potrebbe accadere nelle settimane successive. Il Brent oggi si mantiene sopra i 100 dollari proprio mentre aumentano le preoccupazioni sulle possibili interruzioni dell’offerta.  Questo rischio passa rapidamente dalle materie prime ai mercati finanziari, ai rendimenti dei titoli di Stato, ai tassi bancari e infine all’economia reale”.

C’è poi il problema degli stoccaggi europei di gas. Quanto conta il livello delle riserve? “Conta moltissimo perché gli stoccaggi sono una delle principali difese dell’Europa quando aumenta la domanda di gas. La situazione tra i diversi Paesi non è uniforme. L’Italia si trova in una posizione migliore rispetto ad altre grandi economie europee, mentre alcuni Paesi presentano livelli di riserva sensibilmente più bassi. Ma il mercato europeo è interconnesso. Sarebbe un errore pensare che un singolo Paese possa considerarsi completamente al riparo. Se avremo condizioni climatiche favorevoli e flussi regolari, la situazione potrà essere gestita. Se invece dovessero sommarsi inverno rigido, tensioni geopolitiche e difficoltà negli approvvigionamenti, i prezzi potrebbero reagire in maniera molto rapida. La sicurezza energetica si costruisce prima dell’emergenza. Durante l’emergenza le possibilità di scelta diventano inevitabilmente inferiori”.

L’Europa ha imparato la lezione delle precedenti crisi energetiche? “In parte sì. Ha diversificato molti approvvigionamenti, aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto e sviluppato nuovi rapporti con i Paesi produttori. Ma diversificare non significa automaticamente essere indipendenti. In alcuni casi abbiamo sostituito vecchie dipendenze con nuove dipendenze. Nell’emergenza era necessario. Adesso dobbiamo costruire un modello più solido. L’Europa deve avere più fonti di approvvigionamento, maggiori capacità di stoccaggio, infrastrutture adeguate e collegamenti capaci di garantire alternative reali. Per anni abbiamo discusso soprattutto di quale energia utilizzare. Dobbiamo tornare a discutere anche di quanta energia siamo realmente in grado di garantire alla nostra industria e a quale costo”.

Cavaliere De Rosa, significa mettere in discussione la transizione energetica europea? “No. Significa renderla sostenibile anche dal punto di vista industriale. La transizione deve continuare, ma deve convivere con la sicurezza degli approvvigionamenti e con la competitività delle imprese. Se per raggiungere gli obiettivi ambientali costruiamo un sistema industriale strutturalmente più costoso rispetto ai nostri concorrenti internazionali, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che esiste un problema. Un’Europa che perde capacità produttiva non elimina necessariamente le emissioni. Può semplicemente trasferire produzioni e emissioni in altre parti del mondo. L’obiettivo deve essere decarbonizzare mantenendo in Europa industria, investimenti e capacità produttiva”.

Quale dovrebbe essere la priorità dell’Italia? “L’Italia ha una posizione geografica che può diventare un vantaggio molto più importante. Siamo al centro del Mediterraneo, abbiamo collegamenti con il Nord Africa, terminali e infrastrutture che possono consentirci di avere un ruolo crescente nella sicurezza energetica dell’Europa meridionale. Ma bisogna programmare. Le infrastrutture energetiche non si costruiscono in poche settimane e non possiamo iniziare a pensarci soltanto quando arriva una crisi. Autonomia energetica non significa necessariamente produrre tutto in casa. Significa poter scegliere. Avere più fornitori, più rotte, più tecnologie e alternative sufficienti quando una delle fonti di approvvigionamento viene meno”.

Qual è allora il rischio economico che vede nei prossimi mesi? “Che vengano affrontati separatamente problemi che sono ormai profondamente collegati. Petrolio, gas, inflazione, tassi di interesse, consumi, investimenti e competitività industriale fanno parte dello stesso equilibrio. Se l’energia resta cara aumenta il costo di produzione. Se nello stesso momento aumenta il costo del denaro diminuisce la capacità delle imprese di investire. Se il credito più caro riduce anche la domanda delle famiglie, l’economia viene compressa da entrambe le direzioni”.

Cavaliere, qual è quindi il messaggio che dovrebbe arrivare oggi alle istituzioni europee? “Che non possiamo trattare tutte le inflazioni nello stesso modo. La politica monetaria ha strumenti potenti, ma non può sostituire una politica energetica. Se l’inflazione deriva in misura rilevante dall’aumento dell’energia, bisogna intervenire anche sulle cause attraverso approvvigionamenti, infrastrutture, stoccaggi e diversificazione. Continuare a rispondere prevalentemente con l’aumento del costo del denaro rischia di produrre un paradosso. Le imprese europee pagano prima lo shock energetico e poi pagano anche la risposta monetaria allo shock. A mio avviso è questo il vero rischio che dobbiamo evitare. Non possiamo far pagare all’economia reale contemporaneamente il costo della malattia e quello della cura”.



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