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Economia, De Rosa: "All'orizzonte anni di austerity, l'Europa rischia di pagare il conto del debito"
Comunicato Stampa
09 ottobre 2026 13:20
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SALERNO. Il Fondo monetario internazionale lancia l’allarme sui conti pubblici e chiede ai governi di intervenire senza ulteriori rinvii. Ma tra crescita debole, costi energetici e industria in difficoltà, il ritorno al rigore fiscale rischia di frenare ulteriormente l’economia europea. Il Cavaliere Domenico De Rosa, noto imprenditore salernitano della logistica ed analista economico, avverte che "l’Europa deve avere il coraggio di tornare a produrre e investire. Il debito non si combatte soltanto tagliando la spesa, ma aumentando la ricchezza nazionale".

Cavaliere, il Fondo monetario internazionale torna a lanciare l’allarme sul debito pubblico. Dobbiamo prepararci a una nuova stagione di austerity? "Credo che il rischio sia concreto. Quando il Fondo monetario internazionale afferma che non possiamo più rimandare il risanamento dei conti pubblici, sta inviando un messaggio preciso ai governi. La stagione della spesa pubblica sostenuta da un indebitamento crescente incontra limiti sempre più stringenti. Il problema è che arriviamo a questo appuntamento con un’economia europea che fatica a crescere, un’industria sotto pressione e costi energetici ancora penalizzanti. Una nuova stagione di austerità, in queste condizioni, potrebbe produrre conseguenze economiche e sociali molto pesanti".

Il Fondo monetario internazionale ha ragione a chiedere maggiore disciplina fiscale? "Il debito va governato e la sostenibilità delle finanze pubbliche non può essere rinviata indefinitamente. Ma dobbiamo distinguere la disciplina fiscale dall’austerità indiscriminata. Se un governo riduce gli investimenti produttivi per migliorare il saldo di bilancio nell’immediato, può ritrovarsi dopo qualche anno con meno crescita, meno gettito fiscale e un rapporto tra debito e PIL persino più difficile da gestire. È un rischio che l’Europa conosce bene. Il risanamento deve accompagnarsi a una politica economica capace di aumentare la produttività".

Lei sostiene che bisogna tornare a produrre e investire. Non è una risposta troppo semplice a un problema così complesso? "È una risposta semplice nella sua formulazione, ma molto impegnativa nella sua realizzazione. Dobbiamo avere il coraggio di compiere scelte economiche e industriali anche difficili, con un obiettivo preciso. Tornare a produrre, attrarre capitali, aumentare gli investimenti e far crescere il PIL. Non possiamo pensare di risanare i conti pubblici intervenendo esclusivamente sulla spesa e sulla pressione fiscale. Il rapporto tra debito e PIL dipende anche dalla crescita dell’economia. Se aumenta la ricchezza prodotta dal Paese, migliora la capacità di sostenere il debito e si ampliano le risorse disponibili per lo Stato. Ma questo richiede decisioni concrete. Energia a prezzi competitivi, infrastrutture efficienti, meno burocrazia, tempi certi per gli investimenti e un sistema fiscale che non penalizzi chi produce. Dobbiamo tornare a rendere conveniente investire in Italia e in Europa.

Perché oggi l’Europa appare particolarmente vulnerabile? "Perché ha accumulato ritardi industriali che non possono essere corretti attraverso una semplice manovra finanziaria. L’Europa paga energia costosa, una struttura regolatoria complessa e una crescente difficoltà a competere con economie che producono a costi inferiori. Nel frattempo, Stati Uniti e Cina continuano a utilizzare strumenti di politica industriale molto incisivi. Noi rischiamo di rispondere con ulteriori vincoli di bilancio proprio quando servirebbero investimenti per recuperare competitività. È una contraddizione che la politica europea deve affrontare".

Quali sarebbero le prime conseguenze di un ritorno alle politiche di austerità? "La prima conseguenza potrebbe essere una compressione della domanda interna, soprattutto se il risanamento avvenisse attraverso aumenti della pressione fiscale o riduzioni generalizzate della spesa. Le famiglie ridurrebbero i consumi e le imprese diventerebbero più prudenti negli investimenti. Da imprenditore della logistica conosco bene questi meccanismi. Quando rallenta la produzione industriale, diminuiscono i flussi di merci. Quando rallentano i consumi, si riducono gli ordinativi e il movimento dei prodotti. Il trasporto è uno dei primi settori a percepire questi cambiamenti, perché misura quotidianamente l’attività dell’economia reale".

L’Italia rischia più degli altri Paesi europei? "L’Italia parte da una condizione delicata per l’elevato debito pubblico e per una crescita strutturalmente modesta. Questo riduce i margini di manovra del governo. Ma sarebbe sbagliato considerare il debito soltanto come una questione contabile. La sua sostenibilità dipende anche dalla capacità del Paese di produrre ricchezza. Se il PIL cresce poco, persino politiche di bilancio molto severe possono non essere sufficienti. Per questo considero prioritario difendere gli investimenti in infrastrutture, innovazione e capacità produttiva. L’Italia possiede ancora competenze industriali, capacità imprenditoriali e una posizione geografica che può favorire lo sviluppo dei traffici e della manifattura. Dobbiamo creare le condizioni affinché queste risorse generino nuova crescita".

Eppure i governi devono trovare risorse anche per la difesa, la sanità e l’invecchiamento della popolazione. Come si conciliano queste esigenze con il risanamento? "È proprio questo il nodo politico dei prossimi anni. La spesa pubblica sarà sottoposta a pressioni crescenti, mentre le risorse disponibili saranno sempre più contese. Non tutto potrà essere finanziato e non tutte le priorità potranno essere considerate equivalenti. Occorrerà avere il coraggio di rivedere la qualità della spesa, eliminare inefficienze e distinguere gli interventi che generano crescita da quelli che producono soltanto consenso immediato. Sarebbe però un errore pensare di risolvere il problema trasferendo sistematicamente nuovi costi sulle imprese. Senza un sistema produttivo capace di crescere, anche il finanziamento dei servizi pubblici diventa progressivamente più difficile".

Il costo dell’energia potrebbe aggravare ulteriormente questa situazione? "Il costo dell’energia incide direttamente sulla capacità competitiva dell’industria europea. Se a questo aggiungiamo carburanti costosi, oneri regolatori crescenti e possibili restrizioni fiscali, rischiamo di comprimere ulteriormente i margini delle imprese. Nel settore dei trasporti, ad esempio, l’aumento dei costi operativi non può essere assorbito indefinitamente. Prima o poi viene trasferito lungo la filiera, riduce la redditività oppure determina l’uscita dal mercato degli operatori più fragili. Il risultato può essere un sistema produttivo meno competitivo".

C’è il rischio che l’austerità acceleri anche il declino industriale europeo? "È una possibilità che considero particolarmente seria. Da anni osservo i flussi industriali attraverso la logistica e vedo come si stia modificando la geografia mondiale della produzione. Le imprese multinazionali decidono dove investire valutando costi, produttività, energia, infrastrutture e accesso ai mercati. Se l’Europa diventa contemporaneamente più costosa e meno dinamica, il capitale industriale tenderà a cercare condizioni migliori altrove. Una fabbrica che chiude o un investimento che viene spostato fuori dall’Europa non si recuperano automaticamente quando migliorano i conti pubblici. Perdere capacità produttiva significa perdere competenze, occupazione, filiere industriali e gettito fiscale. È un impoverimento che può diventare strutturale".

Quale dovrebbe essere allora la risposta della politica economica europea? "Serve una disciplina di bilancio selettiva, accompagnata da una revisione delle priorità economiche. Bisogna contenere la spesa improduttiva e proteggere gli investimenti che aumentano la competitività. Penso alle reti energetiche, alle infrastrutture ferroviarie e portuali, alla digitalizzazione dei processi industriali e alla riduzione dei costi amministrativi. Ma occorre anche maggiore realismo. Non possiamo continuare a imporre obiettivi industriali senza verificare se le imprese europee dispongano delle condizioni economiche per raggiungerli. La politica deve tornare a misurare le proprie decisioni sulla capacità effettiva delle imprese di produrre, investire e competere. E deve avere il coraggio di rivedere quelle scelte che, pur nate da intenzioni condivisibili, finiscono per indebolire il nostro apparato produttivo".

In definitiva, dobbiamo aspettarci anni di sacrifici? "Dobbiamo prepararci ad anni nei quali le scelte di politica economica saranno più difficili. Non considero inevitabile una nuova stagione di austerità, ma ritengo probabile che i governi debbano affrontare vincoli finanziari più severi. La differenza la farà il modo in cui decideranno di intervenire. La mia preoccupazione è che l’Europa finisca per affrontare una crisi di competitività con gli strumenti pensati per una crisi esclusivamente finanziaria. Sarebbe un errore profondo. Un Paese può anche riuscire a ridurre il proprio deficit, ma se nel frattempo perde industrie, occupazione e capacità di produrre ricchezza, rischia di ritrovarsi con conti apparentemente più ordinati e un futuro economicamente più povero. Dobbiamo avere il coraggio di scegliere la crescita. Tornare a produrre, investire, creare occupazione e aumentare il PIL. Questo significa anche assumersi la responsabilità di cambiare politiche che non hanno prodotto i risultati attesi. Il debito si può risanare. Ricostruire un sistema industriale che ha perso competitività è molto più difficile. L’Europa deve decidere se vuole limitarsi ad amministrare il proprio debito oppure tornare a produrre la ricchezza necessaria per sostenerlo. Perché il futuro di un Paese non si misura soltanto da quanto riesce a risparmiare, ma soprattutto da quanto è ancora capace di produrre".



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